Economia

Beni archeologici, premio a chi li recupera solo se la scoperta è casuale

Cercare la fortuna non sempre premia: se ne è reso conto un subacqueo di Porto Cervo, che ha trovato 30mila monete romane a una profondità di circa tre metri. Anche se di bronzo, la scoperta era di rilevante valore e avrebbe potuto fruttare un premio di rinvenimento (di norma, da un quarto a un decimo del valore). Ma nulla è spettato al subacqueo, in quanto il ministero della Cultura ha ritenuto che la scoperta non sia stata casuale: l’esploratore, infatti, aveva utilizzato un metal-detector.

L’orientamento del ministero è stato confermato dal Tar Sardegna (sentenza 2/2026 del 5 gennaio), che ha escluso il premio di rinvenimento per due motivi: mancava, infatti, il carattere fortuito della scoperta e, inoltre, lo scopritore aveva operato con una esplicita intenzione di ricerca.

I fatti

In punto di fatto, il subacqueo aveva portato con sé, a bordo di un’imbarcazione, un rilevatore metallico, poi effettivamente utilizzato. Questa circostanza ha qualificato l’attività come orientata al rinvenimento di beni culturali in un’area del resto nota per la presenza di relitti di imbarcazioni naufragate. La sentenza osserva, in particolare, che se una persona si reca in spiaggia per cercare la fede d’oro che ha smarrito la sera prima e che, mentre procede alla ricerca dell’anello nuziale avvalendosi di un metal detector, si imbatte in un monile antico, è evidente che la scoperta sia del tutto casuale, anche in presenza della strumentazione (perché non si stavano cercando beni archeologici). Stesso ragionamento per le campagne che di tanto in tanto vengono organizzate dalle associazioni ambientaliste per la pulizia delle spiagge dai detriti: è vero che vengono sovente impiegati metal detector per la ricerca di rifiuti metallici, ma se in occasione di uno di questi eventi venisse reperito un oggetto antico di metallo, il ritrovamento sarebbe fortuito. In altri termini, il metal detector può essere usato anche per scopi archeologici, ma non solo per questo, sicché il suo impiego di per sé non disvela necessariamente e automaticamente una ricerca di tipo archeologico.

Premio anche a chi “scopre” beni sul web

Sullo stesso tema dei rapporti tra tecnologia e rinvenimenti casuali, si segnala la vicenda di un appassionato di archeologia che su Internet ha scoperto la vendita clandestina (in Australia) di un raro vaso antico sottratto a un museo. Anche in questo caso, lo scopritore ha chiesto un premio, che è stato riconosciuto dai giudici (Consiglio di giustizia, 532/2025), superando la dimensione territoriale della scoperta (il territorio nazionale). È stato infatti premiato chi “trova” su internet, anche all’estero, un bene che appartiene al demanio, perché non è necessario un materiale contatto con l’oggetto archeologico, ma basta che il privato abbia fornito un contributo decisivo per il recupero. Se, quindi, un appassionato, nel corso di una normale navigazione su Internet, senza finalità di indagine archeologica, trova un bene che appartiene allo Stato e ne agevola il recupero, la scoperta si intende «fortuita, imprevista e non programmata». Una scoperta che, secondo i giudici, va premiata perché incentiva la difesa e vigilanza consapevole sul patrimonio culturale.


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