Scienza e tecnologia

quando i demoni giapponesi conquistarono la PS2

Venticinque anni fa, il mondo dei videogiochi si preparava ad affrontare l’ennesima rivoluzione. PlayStation 2 stava avanzando inesorabilmente nei salotti di tutto il mondo, presentandosi inizialmente con una libreria di titoli che facevano da ponte tra i limiti dell’ormai gloriosa scatoletta grigia e le meraviglie promesse dal nuovo hardware. In questo clima di febbrile attesa, il 25 gennaio 2001 faceva il suo esordio Onimusha Warlords: prima nuova IP di Capcom ad approdare su PlayStation 2, nonché primo titolo della nuova console a superare il milione di copie vendute in Giappone. Eppure, il destino che lo studio di Osaka aveva immaginato per questo progetto era, inizialmente, molto diverso.

Sotto il segno dell’Umbrella

Resident Evil è indubbiamente uno di quei franchise che ha rappresentato un vero e proprio punto di non ritorno per l’intera industria. I fondali pre-renderizzati, le inquadrature fisse, una trama matura e il costante senso d’inquietudine sono solo alcuni degli elementi che resero il titolo del 1996 una tempesta perfetta in grado di alzare l’asticella verso vette inesplorate, tanto da elevarlo a termine di paragone per tutte le produzioni ad alto budget del periodo.

Basta infatti sfogliare una qualsiasi rivista dell’epoca per rendersi conto di quanto la locuzione “alla Resident Evil” fosse diventata comune, esattamente come in periodi diversi lo sono diventate “alla Doom”, “alla souls” o “alla The Last Of Us”.

La diretta conseguenza di tanto successo fu la creazione di altri videogiochi che traevano ispirazione da Resident Evil in maniera più o meno marcata, sia da parte di altri studi, sia di Capcom stessa. Dai dimenticati Deep Fear, Galerians e Overblood, ai celebri Parasite Eve, Silent Hill e Devil May Cry, il minimo comune denominatore era sempre lo stesso: Resident Evil.

Anche Onimusha: Warlords nasce da una delle innumerevoli costole della saga di Jill, Chris e Wesker; se infatti Dino Crisis era la declinazione giurassica delle ormai rodate meccaniche di Resident Evil 2, secondo il suo ideatore e producer Keiji Inafune Onimusha ne avrebbe rappresentato la variante giapponese-medioevale.

PS One? No, grazie

Annunciato nell’aprile del 1998, Onimusha Demon Warrior sarebbe dovuto uscire per la prima PlayStation nell’inverno dell’anno successivo, tuttavia fra l’esclusività Dreamcast di Resident Evil: Code Veronica e quella Nintendo di Resident Evil 0 e dei Capcom 5, l’attesissima PlayStation 2 sarebbe rimasta con il solo Devil May Cry.

Ecco quindi che durante il Tokyo Game Show del 1999 arrivò il dietrofront: Onimusha avrebbe abbandonato i lidi della prima e ormai affaticata PS One per approdare sulla nuova e sfavillante PlayStation 2. Il cambio di console fece indubbiamente bene al titolo sia dal punto di vista visivo, sia dal punto di vista dell’hype. L’interesse della stampa schizzò alle stelle trascinato dalla spasmodica attesa per la nuova console Sony, tanto che all’E3 2000 Onimusha ottenne il posto più prestigioso sul palcoscenico di Capcom. Proprio in quest’occasione venne annunciato il titolo con il quale il gioco si sarebbe poi presentato sugli scaffali: Onimusha: Warlords.

Un lifting al protagonista

Approcciare PlayStation 2 rappresentò però una grande sfida per lo studio. Avere a che fare con un hardware completamente nuovo non è cosa da tutti i giorni, in particolare quando le attese sono così elevate; era infatti necessario per Capcom dimostrare ancora una volta la propria capacità tecnica, cavalcando quell’aura di stupore che aleggiava attorno a PlayStation 2.

Per questo motivo, lo studio spinse parecchio sulla questione grafica e musicale. La qualità degli effetti visivi, dei filmati in alta definizione e delle animazioni raggiunsero livelli fino a quel momento impensabili; inoltre, la definizione offerta dalla console era tale da rendere riconoscibile le fattezze di un attore su schermo con una qualità mai vista prima. La tecnologia che aveva permesso di riprodurre ad esempio Pierce Brosnan in GoldenEye 007 o David Bowie in Omikron The Nomad Soul giungeva finalmente a maturazione e così Capcom ne approfittò per dotare il protagonista delle fattezze del celebre attore e pop star giapponese Takeshi Kaneshiro.

I demoni è meglio trattarli coi guanti

Siamo nel XVI secolo. Oda Nobunaga, durante la sua campagna di conquista del Giappone, viene ucciso da un colpo di freccia al collo, ma la morte non sarà in grado di trattenerlo a lungo. Fortinbras, il re dei demoni Genma, risusciterà ben presto il conquistatore e gli farà dono di un nuovo esercito di demoni che renderà la sua avanzata assolutamente inarrestabile.

Un anno più tardi, il castello di Inabayama è teatro di misteriose sparizioni e di avvistamenti di creature mostruose. In preda alla preoccupazione, la principessa Yuki invoca l’aiuto del samurai nonché amico di infanzia Samanosuke Akechi, il quale si precipita al castello insieme alla ninja Kaede. Nonostante la tempestività, i due giungono troppo tardi: la principessa è stata rapita.

Nel disperato tentativo di salvarla, Samanosuke viene sopraffatto da un enorme demone. Non è però la fine. Eccolo infatti risvegliarsi al cospetto degli Oni, gli eterni rivali dei Genma, che gli offrono un guanto magico capace di assorbire le anime demoniache. Tornato tra i vivi e potenziato da questo nuovo legame, Samanosuke riprende la caccia per strappare Yuki dalle grinfie del male.

Spremuta di zombie

La grandezza nella progettazione di Onimusha sta nel prendere il motore di Resident Evil 2, che risentiva già del peso degli anni, e spremerlo fino in fondo tanto da estrarne un combat system fresco e soddisfacente. Tramite il dorsale di parata è possibile mettersi in guardia bloccando automaticamente i colpi nemici e, allo stesso tempo, eseguire il lock seguendo i movimenti del demone più vicino.

Dalla posizione di guardia, si possono sferrare attacchi descrivendo ampi fendenti in grado di colpire più nemici alla volta. Tramite d-pad è inoltre possibile variare la direzione dei propri attacchi, eseguendo così fendenti, montanti o tondi a seconda della situazione che ci si para davanti. Inoltre, rispondendo ai colpi avversari con il giusto tempismo, si eseguirà un attacco critico in grado di togliere di mezzo un nemico con un solo attacco.

Hai la mia spada!

Proprio come in Devil May Cry, ogni nemico sconfitto rilascia delle anime che, se non assorbite alla svelta con il guanto Oni, verranno perse per sempre. Questo elemento, va ad arricchire le battaglie di un’importante componente strategica data dalla necessità di trovare le tempistiche giuste con le quali interrompere gli attacchi e dedicarsi all’assorbimento.

Se le anime gialle e blu si occupano del sostentamento immediato, ripristinando rispettivamente salute e mana, le anime rosse rappresentano la vera e propria moneta in game che si potrà spendere per acquistare oggetti e potenziamenti. Tuttavia, il sistema di combattimento non si esaurisce nei colpi di scherma descritti in precedenza, ma è arricchito da magie elementali che variano a seconda dell’arma impugnata.

Si passa dalla rapidità della Raizan, la katana del fulmine ideale per i singoli bersagli, alla potenza della Enryuu, lo spadone di fuoco capace di travolgere intere file di nemici; dall’agilità di Shippuu, la doppia lama del vento in grado di eseguire attacchi ad area, alla devastante Bishamon: l’arma più potente del gioco, sintesi perfetta delle tre precedenti. Non mancano inoltre le armi a lungo raggio come arco e fucile, il cui utilizzo è sicuramente secondario ma molto comodo per abbattere nemici situati ad altezze diversamente non raggiungibili.

Croce direzionale e delizia

Quando Onimusha: Warlords arrivò sul mercato, la stampa fu sostanzialmente concorde nel lodare la componente grafica e sonora e la varietà del combat system. Tuttavia non mancarono le critiche ad alcuni elementi che trovavano la propria origine nella genesi PlayStation One del gioco; stiamo parlando degli sfondi pre renderizzati e dell’assenza del supporto alle levette analogiche, mancanza che costringeva a muovere Samanosuke utilizzando i tanto temuti comandi tank sul d-pad.

Altro aspetto molto criticato fu la scarsa longevità che permetteva di arrivare ai titoli di coda in sole 5-6 ore circa. Uscito in prima istanza nella sola terra del sol levante, Onimusha venne considerato un grande successo raggiungendo rapidamente vendite per 800 mila copie.

Spinta a bissare questo risultato anche in occidente, Capcom si impegnò in una massiccia campagna marketing che portò tuttavia a vendite non eccellenti, ma semplicemente buone. Nonostante questo però, Onimusha ricevette un porting esclusivo Xbox chiamato Genma Onimusha, tre sequel ufficiali, alcuni spin off e, di recente, una serie TV targata Netflix. Questo 2026 invece vedrà finalmente il ritorno del franchise con Onimusha: Way of the Sword, che risveglierà questa serie storica da un letargo durato decisamente troppo tempo.


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