Friuli Venezia Giulia

Dal Re Nudo al Big Ben Club, il ricordo delle discoteche della Trieste che fu

25.01.2026 – 07.00 – Svagarsi, divertirsi, se non proprio dimenticare. Umano, troppo umano nel secondo dopoguerra, in una Trieste impoverita e sotto governo Alleato, la volontà di ritrovare momenti di divertimento, di lasciarsi alle spalle il conflitto appena concluso: ed è in questo contesto, poi ingigantito dal boom economico degli anni Sessanta e dall’edonismo degli anni Ottanta che le discoteche e i locali di ballo iniziarono ad affermarsi nel capoluogo giuliano.
Il Gruppo Facebook ‘Trieste che non c’è più’ aveva ad esempio riportato alla luce, di quegli anni del Territorio Libero, il ricordo del ClubGatto Nero‘, situato a Barcola vicino al Bagno Excelsior. Riservato, come tanti locali del periodo, ai soldati inglesi, il ‘Gatto Nero’ era in particolare rallegrato dal gruppo triestino ‘Melon Quintet‘, della cui formazione Giorgio Sussa al sax e clarinetto e Sergio Boschetti al pianoforte conosceranno anche una carriera da professionisti.
Tuttavia le discoteche nel senso moderno del termine si affermarono solo in concomitanza con una nuova, giovane, generazione col tempo (e i soldi) per divertirsi: siamo negli stessi anni della Swinging London e dei primi movimenti giovanili negli USA. La stessa demografia triestina conosce la sua (ultima) crescita, prima del declino attuale.

Impossibile non partire allora con la discoteca di via Madonna del Mare: era all’inizio chiamata, verso la metà degli anni Sessanta, ‘Re Nudo’, dal nome di un locale famoso a Milano; poi divenne Casanova, Rock Studio e cambiando proprietà, conobbe la sua ultima evoluzione come Fashion. Sotto quest’ultima denominazione, nel fulgore degli anni Ottanta, proponeva musica dark come i The Cure e The Cult ed era casa di diverse subculture, tra cui i punk triestini.
Spostandosi verso Barcola, in viale Miramare 285, c’era il locale da ballo Prima Pineta, poi divenuto la discoteca Big Ben Club; dopo un’ultima metamorfosi come Machiavelli, il locale si trasformò nell’odierno Befed che, proprio negli ultimi anni, ha di nuovo cambiato nome.
Molti ricordano anche, in via Costalunga, il Simon’s Club, re-inaugurato in pompa magna poi come Grease.
Salendo invece verso il colle di San Giusto, ecco la scomparsa Tor Cucherna (non la torre medievale), coi suoi tre piani; affiancata dal famoso ristorante La Pantera Rosa. Lo stesso castello era un luogo meno serioso di oggigiorno; frequenti erano soprattutto le cene con balli alla Bottega del Vino. In alcuni casi i vecchi cinema, complice la forma, venivano riconvertiti a discoteca: è il caso del consunto cinema Astra, re-inaugurato come discoteca Hippopotamus.
Spostandosi invece nel Carso, merita una menzione La Bora a Borgo Grotta Gigante, il Blue Moon a Campo Sacro, il Koala a Duino (presso il bowling) e, non molto distante, il Nepenthes. Ma la lista sarebbe davvero lunga: Piccolo Mondo in piazza Unità, il Mexico in Borgo Teresiano, i Sette Nani a Sistiana, il Funny Club di via Canalpiccoo, il Carillon di via San Francesco, il famigerato Whisky a gogo e così via…

Tempi ai quali sarebbe facile guardare, per chi li ha vissuti, con grande nostalgia; e tuttavia, sfogliando il rotocalco ‘Il Meridiano‘ di quegli anni, colpisce l’assoluto conformismo di quelle generazioni, di quei ragazzi: “Quattordicenni, ventenni o poco più, sperimentano dei modi di proporsi al mondo esterno – scrive il Meridiano, il 13 ottobre 1988 – Tutti, però, sono figli della cultura televisiva. Figli della moda, della pubblicità e della musica confezionata in videoclip. Il culto dell’immagine ha preso il posto delle ideologie che i giovani seguivano vent’anni fa. È una immagine all’insegna del consumismo. E del conformismo. Si compra, si butta. Si usa, si getta. Tutto per adeguarsi agli altri. Ci sono ragazzi che lavorano e spendono praticamente tutto in vestiti. Il look è un’arma, un mezzo per conformarsi al gruppo…”.
È questa generazione che, cresciuta e divenuta adulta, oggigiorno si lamenta dei rumori eccessivi nelle ore notturne.

[z.s.]




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