Sorrentino feat. Gué: abbiamo vinto noi
27 agosto 2025, Lido di Venezia. È appena terminata la proiezione stampa de La Grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, scelto per inaugurare l’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Scorrono i titoli di coda, mentre i vari accreditati iniziano a raccogliere i propri effetti personali, pronti a proseguire la prima di molte giornate di lavoro. In sottofondo risuona Le Bimbe Piangono di Gué, con quel «Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore», perfetto nella sua autoironica spavalderia.
È in quel momento che emerge il primo pensiero: abbiamo vinto noi.
Un passo indietro
Settembre 2024: Sorrentino e Gué si conoscono alla presentazione di Parthenope al Beltrade di Milano. Segue una cena; i due si studiano ed evidentemente nasce qualcosa. Nel gennaio successivo, in occasione dell’uscita di Tropico del Capricorno – album del rapper milanese – Sorrentino intervista Gué su il venerdì di Repubblica. Per descriverlo, il regista usa queste parole: «La sua grazia è sgraziata. Il che lo rende irresistibile». Era già tutto lì.
Più di un cameo
Come sappiamo, dall’evidente simpatia si è passati a una vera e propria collaborazione, che si concretizza in un cameo e nell’uso reiterato di una canzone. Sulla presenza fisica di Gué ne La Grazia c’è poco da dire. Il cinema del regista partenopeo è fatto di corpi – come dimostra la più che ventennale collaborazione con Servillo, che dell’uso del corpo ha fatto un’arte -, dove la bellezza convive con la stravaganza, l’opulenza, il dolore e il grottesco. Basta guardarlo per capire quanto Cosimo Fini sia perfetto per stare in un film di Sorrentino. Certo, mostrarlo diventare Cavaliere del Lavoro è una provocazione irresistibile, come confessato dallo stesso regista.
Se invece allarghiamo il discorso alla presenza de Le Bimbe Piangono in La Grazia, il piano cambia. Perché non si tratta di un brano relegato ai titoli di coda, ma di un vero e proprio leitmotiv diegetico (interno alla narrazione) che corre e si ripete lungo tutto il film, fino a divenire un significante.
La legittimazione di una generazione
La Grazia è tanto un film intimo su un singolo individuo quanto uno sguardo ampio su uno Stato e sul regime – quello repubblicano – che lo caratterizza. E per entrambi questi filoni conviventi la canzone di Gué diventa un ponte generazionale: uno strumento con cui creare un dialogo, un legame. Mariano “Cemento Armato” De Santis (Toni Servillo) è un uomo austero, alieno alla leggerezza, lontano dall’oggi quanto dai suoi affetti.
Inizia ad ascoltare Le Bimbe Piangono per cercare di comprendere meglio e trovare un punto d’appoggio nel rapporto con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti). Reitera l’azione e inizia a comprendere. Non tanto il testo o la canzone, quanto quel punto di vista, quell’approccio alla vita, quel linguaggio. Quella cultura. Fluisce dentro di lui finché, in qualche modo, non se ne innamora, dando vita prima all’accettazione e poi alla legittimazione. È così che si costruisce il ponte.
Ma Mariano De Santis è anche il Presidente della Repubblica. La legittimazione non arriva solo dall’uomo, ma dall’intero sistema: la canzone, il linguaggio, la cultura e quindi la generazione hanno fisicamente accesso al cuore dello Stato. Le Bimbe Piangono viene rappata dal Presidente della Repubblica, in una scena in cui un rapper viene premiato come Cavaliere del Lavoro, all’interno del film d’apertura della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, diretto dall’ultimo regista italiano vincitore del premio Oscar. Una dichiarazione tanto sfacciata quanto cristallina.
Ed è bellissimo che la scelta sia ricaduta su questo brano. Perché Sorrentino e Gué avrebbero potuto optare per altro. Le opzioni non mancavano: un pezzo più impegnato, più facilmente spacciabile come alto (si perdoni la volgarità di questo termine orribile). E invece hanno percorso la strada più sincera. Una canzone rappresentativa dell’intero genere, del suo spirito e del suo linguaggio, in cui convivono sia la leggerezza tanto agognata da De Santis sia – grazie alla citazione diretta a Sorrentino – il gioco metatestuale tra i due autori. Come detto da Gué, si tratta di un punto di arrivo tanto per lui quanto per la sua gente.
E quindi sì: abbiamo vinto noi.
«Sorrentino non avrebbe fatto un ciak migliore
chiedo dopo perdono, non prima per favore»
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