Cultura

John Belushi, l’outsider che ha (s)piegato Hollywood

John Belushi, per molti, vuol dire The Blues Brothers. Altri, invece, riescono ad andare oltre quel film senza tempo e riescono a intercettare ciò che lui è riuscito a fare davvero fuori dentro e fuori dal set. Se i ruoli hanno un senso e acquisiscono valore è grazie alla credibilità che chi li incarna riesce a fornire: Belushi ce la faceva, perchè recitava ma in ogni parte che portava a termine riusciva a metterci dentro un pizzico di sè stesso. Questo lo ha detto e consigliato anche Stanislavskij, il metodo Belushi tuttavia è un po’ diverso.

In primis perchè l’interprete nelle proprie performance non seguiva un copione per il semplice motivo che odiava ricordarsi le battute a memoria. I registi stessi che lo hanno diretto, così come i compagni di lavoro, hanno sempre ammesso che c’era una scrittura di partenza e veniva puntualmente stravolta. La scena della chitarra sbattuta al muro, nel corso di Animal House, non doveva essere così: c’era molto meno pathos, per dirla usando un eufemismo, ma Belushi – dopo l’ennesimo ciak – aveva perso la pazienza.

Insofferenza che diventa talento

La sua, per inciso, non era rabbia: si trattava di insofferenza. Qualcosa che riusciva a fargli, effettivamente, cambiare frequenza e perdere il lume della ragione. Quindi, all’ennesima versione bocciata, l’interprete prese la chitarra e – quasi in preda a una crisi mistica – la scaraventò contro il muro riducendola in pezzi di vario genere. Dando vita a una delle scene più iconiche della storia del cinema. Se glielo avessero chiesto espressamente, tuttavia, non ci sarebbe riuscito.

Dan Aykroyd e John Belushi, The Blues Brothers (1980)

La forza (che è diventata poi una sua debolezza) di Belushi era proprio questa sua stravaganza che, al pari di un’altalena, riusciva a portarlo su di giri o a condurlo nell’abisso più profondo. Viveva appieno, tra una folata di adrenalina e una forte dipendenza dal clamore. Uno di quelli che, essendo cresciuto a Wheaton, nei sobborghi e dintorni di Chicago, ha sempre sofferto la condizione di immigrato e le ripercussioni che ne derivano. Appena il successo è arrivato a bussare alla sua porta ha deciso che, con quell’adrenalina, quella voglia di rivalsa, ci avrebbe convissuto per sempre. A qualunque costo.

Le origini albanesi

I suoi genitori, originari albanesi, hanno sempre rifiutato gli standard americani: intrappolati in un sistema che non riconoscevano. Fatto di pregiudizi, diffidenza e scherno subìto. Anche John, quindi, cresceva nello stesso modo. In mezzo a coetanei americani, sempre desideroso di integrarsi e fare la differenza. Dimostrare a tutti che le regole, quando ci sono, possono anche cambiare. Basta spingere su una rotta diversa. I fasti, per la propria carriera interpretativa, cominciarono ad arrivare al liceo.

Belushi, a quei tempi, viveva una vera e propria crisi di identità: non si sentiva né americano, né albanese. Un pesce fuor d’acqua che, però, era bravo a scuola e si distingueva nello sport. Di certezza ne aveva soltanto una: non voleva finire a fare il lavoro del padre, immigrato e sfruttato, questo pensava John Belushi quando lo aiutava nel ristorante di famiglia. La svolta arriva non appena capisce di essere portato per la comicità: improvvisazione e senso dell’umorismo sono due qualità che non gli sono mai mancate, tra i banchi di scuola realizza che l’avvenire non è tra i tavoli a servire e amministrare ma su un palco.

La forza dell’improvvisazione

La consapevolezza non basta: serve un incentivo, a fornirglielo ci pensa il suo professore di teatro al liceo Dan Payne. L’uomo non solo lo ha incoraggiato a seguire le proprie aspirazioni, ma è riuscito addirittura a convincerlo ad andare a visitare la Second City: sede del primo Teatro Stabile di Chicago. Un contesto in cui, dirà tempo dopo Belushi, si sentiva davvero a casa: “È l’unico posto dove so cosa fare”. Riferimento che ha adattato al palco in generale quando è stato chiamato – senza troppa insistenza – a cimentarsi nell’improvvisazione comica.

John Belushi sul set di Animal House (1978)

Recitare, dunque, anche se con una parte considerevole di istinto, faceva parte della sua vita. John Belushi, tuttavia, scelse di guardare il talento ancora da lontano. Si esibiva nei locali, ma contemporaneamente non voleva rinunciare al proprio percorso di studi: si iscrisse, dunque, al college ma senza capire subito quale fosse il percorso accademico più adatto a lui. La volontà c’era, ma seguire un percorso precostituito per lui era davvero troppo. Genio e sregolatezza. La predisposizione nello sport lo porta a iscriversi nella prestigiosa scuola di arti liberali della Wesleyan University dell’Illinois.

Il teatro a Chicago

Anche questo ambiente, per lui, si rivela un fuoco di paglia: le attività gli piacciono, ma riesce a comprendere poco la spocchia dei suoi coetanei. Soffre un ambiente eccessivamente elitario, questo lo porta a dirigersi verso l’Università del Wisconsin. Resiste un solo anno, desolato ma mai domo torna a casa a Wheaton e si iscrive – stavolta per completare il percorso di studi – al college di Dupage: la laurea in arte non è più un miraggio.

Fresco di riconoscimento torna al Second City e decide di mettere su una propria compagnia di improvvisazione teatrale. Qui iniziano i primi guai perchè Belushi diventa a soli 22 anni il più giovane attore mai ammesso in quel contesto, nel farlo tuttavia utilizza pezzi nati all’interno del Teatro Stabile di Chicago e riproposti altrove dall’interprete senza autorizzazione. Controversie legali non fermarono il suo estro: non aveva bisogno di copiare, prendeva ogni cosa e la plasmava a sua immagine e somiglianza.

Saturday Night Live: la consacrazione definitiva

Arriviamo alla consacrazione definitiva: quella che lo porta al Saturday Night Live. Hollywood, le luci della ribalta e lo spettacolo che deve continuare. Anche in questo caso Belushi rimane folgorato da tutte queste possibilità, ma paga uno scotto più intenso del previsto: Lorne Michaels, inizialmente, lo rifiutò. Il creatore dello show non sopportava Belushi: odiava il suo aspetto poco curato e quell’aria stralunata, un alieno a cui nessuno poteva impedire di fare nulla. Neppure di entrare al SNL.

Infatti, nonostante tutto, ci riesce grazie al personaggio del Samurai. Michaels lo odia ancora, ma deve arrendersi all’innegabile talento di quell’americano di origine albanese venuto da chissà dove. Una scalata lenta, sofferta e inesorabile. Il Saturday Night Live fu l’inizio della fine: John Belushi si rende conto che può ottenere qualsiasi cosa con quello che ha sempre voluto fare. Mischiare le carte fino a far crollare il mazzo.

L’altra faccia del cinema

Un vero e proprio tornado: risate, originalità e stravaganza. Sul palco, fuori tutt’altro. Una doppia faccia che voleva dire fare i conti con la fragilità: Belushi a un certo punto della propria carriera, dopo il successo di Animal House, non voleva più rinunciare a nulla. Il lavoro lo faceva sentire vivo e quindi recitava al Saturday Night Live e volava tra New York e Oregon per prendere parte ai film. Steven Spielberg lo volle come protagonista in 1941: quella commedia fu un flop. L’attore cadde in depressione e la droga, prima cocaina poi eroina, ha contribuito a cambiare completamente prospettiva.

L’interprete conservava la propria forza quando arrivava sul set, recitava anche in condizioni precarie, ma le battute uscivano ugualmente bene per via del suo stile irriverente e sregolato. Una volta finiti gli impegni, tuttavia, veniva risucchiato da paranoie e dipendenze. Spielberg e Dan Aykroyd hanno raccontato che, spesso, quando si sentiva davvero solo, entrava a casa di parenti e amici per svuotargli il frigo. Mangiava, beveva, rideva e se ne andava. Come se non fosse successo niente.

L’ultima notte a Chateau Marmont

Questi “pezzi di vita” diventarono anche espedienti per documentari dedicati e simpatici retroscena. L’interprete, tuttavia, ha pagato un prezzo altissimo per via dei suoi problemi personali e quel riscatto emotivo che, secondo lui, non arrivava mai. Anche quando il successo di Hollywood lo aveva consacrato, Belushi non smetteva di sentirsi inadeguato. Morì a 33 anni, nella stanza stanza del famoso hotel Chateau Marmont in cui si è lasciato sopraffare dai suoi demoni. Gli stessi che lo hanno portato in vetta per poi spedirlo, in picchiata, altrove. Lontano da un ultimo applauso. Quello che, ancora oggi il pubblico gli tributa, perchè lavori come The Blues Brothers, Animal House e Chiamami Aquila restano gemme.

Opere realizzate sull’onda di un entusiasmo che avrebbe aperto le porte all’abisso, ma ha dimostrato (meglio di qualsiasi spiegazione o discorso) cosa significa seguire una sorta di “fuoco sacro”. Belushi ce lo aveva dentro e lo ha tirato fuori alla sua maniera, senza filtri, senza sconti. Un modo, forse l’unico, per spiegare e piegare davvero Hollywood al proprio volere.

Ogni cicatrice una storia

Una “giostra” – come soleva definirla – che ti prende, ti illude e ti culla per poi gettarti via. John Belushi si è preso tutto, pagando con gli interessi. Il sorriso beffardo di chi, nonostante tutto, ce l’ha fatta sopravvive. Quello non si spegnerà mai ed è forse l’unica differenza tra un attore qualunque e un simbolo, un’icona che dietro ogni sua cicatrice ha una storia da raccontare tra equivoci, colpi di scena e monologhi senza tempo.


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