Il linguista Beccaria compie 90 anni: “Troppo inglese, troppe parole orribili, attenzionare e monitorare sono orribili. La lingua italiana si impoverisce mentre i docenti riempiono moduli invece di fare didattica”

Gian Luigi Beccaria, tra i maggiori linguisti italiani viventi, raggiunge i novanta anni con uno sguardo lucido sulla condizione della lingua italiana contemporanea.
Il docente ha rilasciato un’intervista a La Repubblica in cui analizza le trasformazioni del patrimonio linguistico nazionale e il ruolo del sistema educativo nella sua difesa. Le parole del linguista delineano una traiettoria che parte dalla grandezza della tradizione letteraria italiana e arriva alle sfide attuali poste dall’invasione degli anglicismi e dalla burocratizzazione della scuola. Beccaria lancia un interrogativo provocatorio sulla gerarchia delle priorità collettive: perché la società difende gli animali e trascura le parole?
Dante, Manzoni e la letteratura che ha costruito una nazione prima dello Stato
La letteratura italiana ha creato un’identità nazionale prima della nascita politica dell’Italia secondo Beccaria. Il linguista ricorda che “nessuna letteratura è nata gigante quanto la nostra: Dante, Boccaccio e Petrarca” e sottolinea come il paese possedesse già una dimensione culturale unitaria nei secoli precedenti l’Unità. L’Ottocento ha prodotto colossi come Verdi, Leopardi e Manzoni, figure ineguagliate nel panorama europeo della stessa epoca.
I Promessi Sposi rappresentano un capolavoro assoluto che Beccaria ha apprezzato pienamente solo alla quarta lettura, in età adulta. Il romanzo manzoniano contiene “tutto l’universo: l’ironia, la tragedia, il terribile senso della storia, l’umana debolezza, la profondità della vera fede, il ritmo e la musica dei dialoghi“. Il pranzo di don Rodrigo, i capponi di Renzo e la vicenda della monaca di Monza incarnano la condizione umana nella sua complessità universale.
Gli anglicismi trasformano l’italiano in un colabrodo mentre la Spagna difende il suo secador de pelo
La lingua italiana conserva la sua natura immortale e la ricchezza di sfumature celebrata da Leopardi, ma subisce un processo di impoverimento secondo Beccaria. Il linguista denuncia l’eccesso di termini inglesi e la diffusione di parole come “attenzionare” e “monitorare”, definite orribili. La proliferazione di vocaboli quali “scenario”, “innovazione”, “iconico” e “narrazione” appiattisce le possibilità espressive della lingua. Beccaria osserva che l’Italia è diventata “un colabrodo” rispetto ad altri paesi europei che adottano politiche linguistiche più rigorose. La Spagna rappresenta un modello alternativo: gli spagnoli chiamano l’asciugacapelli “secador de pelo” invece di utilizzare il termine inglese “phon”. Il linguista commenta che gli iberici “forse esagerano sempre un po’, ma secador de pelo lo trovo magnifico“.
La difesa della lingua richiede un impegno istituzionale e scolastico attualmente assente. La responsabilità ricade sulla scuola e sui professori, ormai “costretti, purtroppo, a riempire moduli“. La burocratizzazione sottrae tempo alla didattica e alla trasmissione del patrimonio culturale. Beccaria si interroga su quanto spazio possa restare agli insegnanti per svolgere il loro compito educativo in un sistema che privilegia le incombenze amministrative rispetto alla missione formativa.
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