Le «restituzioni» agli ebrei come misure riparatorie
Dagli anni 90, è riemerso il tema dei beni sottratti agli ebrei durante la Shoah, producendo azioni giudiziarie, solitamente riunite sotto la forma di class action, contro banche, imprese e società di assicurazioni, principalmente europee, accusate di illeciti risalenti al periodo della persecuzione antiebraica. Quelle storie hanno aperto un filone di studio, volto alla ricostruzione di eventi specifici o di casi giudiziari. Allo stesso tempo, hanno anche indotto a riflettere su una lunga storia circa l’azione economica e la presenza economica degli ebrei nelle società in cui si sono trovati a vivere nella lunga condizione esilica.
Anche per questo è interessante la ricostruzione che Germano Maifreda propone nella prima parte di questo libro, perché consente di riflettere non solo e non tanto sul caso specifico e sulle forme persecutorie collocate tra anni 30 e 40 del secolo scorso, ma indica alcune questioni strutturali: il concetto di «mercato interpersonale», l’analisi dei comportamenti demografici in anticipo rispetto alle svolte demografiche del Novecento, i poli della presenza ebraica in Italia. La convinzione, scrive, è che «non capiremmo la fisionomia economica e le scelte professionali degli ebrei italiani di epoca contemporanea senza conoscere la loro storia pregressa e il passato delle relazioni ebraico-cristiane nella penisola e, più in generale, nel mondo della diaspora».
Contemporaneamente, per porre il problema delle trasformazioni indotte dalla legislazione razziale, è importante considerare la ricostruzione quantitativa della presenza di ebrei nel mondo dell’imprenditoria e più in generale nell’economia che sta al centro di questa ricerca. È interessante valutare i dati dei censimenti condotti negli anni 30: la realtà di inizio secolo offre l’opportunità di cogliere le dinamiche di processi sinora quasi completamente sconosciuti.
Ricostruzione particolarmente rilevante sia sul piano comparativo (in riferimento ai processi di discriminazione e alle misure adottate in particolare nella Francia del regime di Vichy, tra 1940 e 1944, nella Germania nazista, in Ungheria), da cui ricava la caratteristica di radicalità del corpo giuridico discriminativo, ma anche e soprattutto nell’accenno conclusivo rispetto al «dopo», laddove, sottolinea, «la restituzione dei beni si rivelò un processo lungo e complesso» e le «restituzioni», più che un ritorno del sottratto, assumono la figura di misure riparatorie.
In questo senso il richiamo finale al testo Rapporto generale (2001), prodotto dalla Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati, più nota come Commissione Anselmi, istituita nel 1998, e soprattutto il silenzio con cui si è accompagnato quel lungo testo, testimonia di due aspetti che è bene trattenere.
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