Cos’è il Board of Peace di Trump e chi ne fa parte

Più cauta – quando non apertamente contraria – la reazione europea. Francia e Norvegia hanno rifiutato l’invito, sollevando dubbi sulla compatibilità del Board con il ruolo dell’Onu. La Cina, pur invitata, ha ribadito la propria fedeltà a un sistema internazionale “con le Nazioni Unite al centro”. La Russia deve ancora confermare l’adesione, mentre l’Ucraina ha escluso qualsiasi partecipazione che la vedrebbe sedere allo stesso tavolo di Putin.
L’elenco completo degli Stati aderenti
Secondo le informazioni diffuse dall’amministrazione statunitense e confermate da fonti diplomatiche, oltre ai Paesi già citati, hanno accettato l’invito a entrare nel Board of Peace anche Qatar, Bahrein, Pakistan, Marocco, Kosovo, Argentina e Paraguay. A questi si aggiungono, dall’Asia centrale e sud-orientale, Kazakistan, Uzbekistan, Indonesia e Vietnam, oltre ai Paesi del Caucaso Armenia e Azerbaigian, già protagonisti nel 2025 di un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. Il Canada ha invece annunciato un’adesione condizionata, subordinata alla definizione dei meccanismi finanziari e di governance del nuovo organismo.
Anche l’Italia guarda con prudenza all’iniziativa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di possibili criticità costituzionali e ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia di firma. Una posizione che riflette un più ampio disagio europeo: sostenere un progetto fortemente personalizzato su Trump rischia di indebolire il già fragile coordinamento dell’Unione in politica estera.
Multilateralismo sotto pressione
Le Nazioni Unite, dal canto loro, minimizzano. Il responsabile degli aiuti umanitari Onu ha ribadito che l’organizzazione “non andrà da nessuna parte”. Eppure il messaggio politico del Board of Peace è chiaro: Washington intende riscrivere le regole del gioco, affiancando – se non sostituendo – le istituzioni multilaterali con strumenti più flessibili, ma anche più controllati.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la questione non è solo se aderire o meno a un nuovo organismo, ma come difendere un sistema di governance globale che garantisca equilibrio, trasparenza e legittimità. Il Board of Peace potrebbe rivelarsi un laboratorio di diplomazia alternativa o l’ennesimo fattore di frammentazione. Molto dipenderà da chi siederà davvero a quel tavolo e da quali regole accetterà di rispettare.
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