Un altro Bodø di giocare a calcio

I calciatori del Bodø potrebbero arrivare allo stadio a piedi, ma l’UEFA vuole che si spostino in pullman come gli avversari, anche se il tragitto dal centro sportivo è di 200 metri e si impiegano tre minuti. È una regola uguale per tutti, applicata però in un posto che uguale non è.
Lo stadio del Bodø/Glimt è piccolo, il prato sintetico è duro, il buio arriva presto e il vento se ne va per conto suo. Chi da anni gioca lì ha imparato a dosare il fiato e a leggere i rimbalzi della palla. Sono diventati bravi a convivere con una luce che non è mai piena. Chi arriva da fuori, invece, deve prima capire dove si trova. Spesso non ne ha il tempo. Quando apre gli occhi è sotto di un paio di gol. Mourinho è venuto a prenderne sei con la Roma, Guardiola con il City ne ha appena subiti tre. Dal 2020 i norvegesi hanno giocato 43 partite casalinghe e ne hanno vinte 32.
Sembra la stessa storia della Bolivia, dove le porte sono uguali a quelle nel resto del mondo, il campo pure, ma l’aria cambia tutto. Negli ultimi 25 anni di calcio, la nazionale ha una percentuale di vittorie del 45% nei suoi stadi in altura e del 5% fuori casa. A El Alto o a La Paz il corpo risponde in ritardo e le gambe si svuotano. La testa fatica a restare lucida. Una vittoria storica contro il Brasile è diventata la prova di quanto un luogo possa incidere su un risultato. In piccolo è così pure per chi dal sud degli USA va a giocare dai Green Pay Packers. Roberto Fontanarrosa immaginò nel suo romanzo L’area 18 una partita giocata al Bombasì Stadium: dentro un vulcano.
Il Bodø ha fatto del clima un pezzo di cultura sportiva, un modo di allenarsi e di scegliere giocatori. Ha trasformato l’ostilità della natura in un metodo, e quel metodo in identità. La Bolivia ha fatto dell’altitudine una necessità e in entrambi i casi, chi arriva da fuori tende a invocare un campo neutro, una temperatura neutra, una realtà neutra.
Eppure lo sport non è mai stato neutro. Ha sempre conosciuto vantaggi concessi dalla natura. Si nasce con un’apertura alare come quella di Phelps o con i centimetri di Wembanyama, e te la devi comunque vedere con loro. Certe volte l’assenza di neutralità è cercata: Moser e Mennea andarono a Città del Messico per battere il record dell’ora e il mondiale dei 200 metri.
La domanda allora è quanto può pesare un ambiente su un risultato. Il Bodø sta cercando di portare quel vantaggio dentro un progetto, in modo che regga altrove. La Bolivia continua a misurarsi con un confine più difficile, accettare di essere sé stessa solo a una certa altezza. Per andare ai Mondiali dovrà giocarsela a Monterrey, 500 metri sul mare. Forse non è una questione di giusto o sbagliato. Pure i direttori d’orchestra che vanno a Bayreuth trovano condizioni differenti dal resto del mondo, con l’orchestra rinchiusa in una buca sotto il palcoscenico, il posto dov’è più difficile fare bella figura. Forse è anche per questo che certi luoghi, certi stadi, restano impressi più di altri. Ci obbligano a fare i conti con noi stessi, con l’idea di scoprire quanta voglia abbiamo di adattarci.
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