Don Henry: «Qui in missione studierò per la terza laurea» – Bassa Atesina
APPIANO. Due lauree (in teologia e in filosofia) già in tasca e una terza (ingegneria) che dovrebbe arrivare durante la sua permanenza a Bolzano. «Mi sono già iscritto – confida Ejimba Henry Obinna, nigeriano proveniente dalla Diocesi di Nnewi ma con un’esperienza di 6 anni ad Altamura, in provincia di Bari – ma devo ancora presentarmi alla segreteria dell’ateneo. Lo farò a giorni». Don Henry, 43 anni compiuti da pochi giorni, è il nuovo collaboratore pastorale della comunità italiana di Appiano e nelle scorse ore ha preso il posto dell’amatissimo ex cappellano militare Don Mario Mucci, tornato full time nella “sua” Rovereto. In queste ore è impegnato nel trasloco e lunedì sera ha incontrato per la prima volta il Consiglio parrocchiale. «Sto ancora cercando di capire bene questa nuova realtà. Ho dormito un paio di giorni a Bolzano, da un amico, e sono felice di iniziare una nuova missione».
Lei ha già girato parecchio. Gli inizi sono stati in Ticino, come mai? Tra il 2011 e il 2015 sono stato in Svizzera, in Ticino, grazie a una borsa di studio. E proprio qui ho completato i miei studi in Teologia.
Nel suo percorso c’è anche una laurea in Filosofia. Giusto?
Sì, quella l’ho ottenuta in Nigeria, nel mio Paese.
Poi c’è stata l’ordinazione sacerdotale, un’altra tappa fondamentale del suo percorso di crescita…
Sì, il 21 aprile 2017, nella Diocesi di Nnewi. Dal 2015 al 2019 sono rimasto in Africa. Ho lavorato in Parrocchia, prima come diacono e poi come sacerdote. È stata una bella esperienza formativa durata 4 anni, a stretto contatto con la mia gente.
Ha famiglia in Nigeria?
Sì, mio papà e altri cinque fratelli (tre maschi e due femmine). Mamma, invece, è venuta a mancare. Un altro “salto” importante è stato l’ultimo ad Altamura come “sacerdote da terra di missione” per 6 anni.
Come mai proprio la Puglia?
C’era una richiesta per avere un collaboratore pastorale che sapesse l’italiano e io avevo già studiato la lingua in Ticino. Ad Altamura è stata un’esperienza bella, intensa con gente calorosa, ospitale. Mi hanno fatto sentire subito a casa e quando sono partito avevano le lacrime agli occhi. Ma è giusto andare avanti, è la nostra missione. Ora vuole studiare ingegneria all’università di Bolzano.
Il suo vescovo ha dato l’ok al trasferimento?
Sì, certamente. L’idea è quella di concludere il percorso in meccatronica (disciplina ingegneristica multidisciplinare che integra meccanica, elettronica, informatica e automazione per creare sistemi “intelligenti” e automatizzati).
Ma quando otterrà la terza laurea penserà alla quarta?
Mi piace pensare innanzitutto al presente. Studiare è una cosa importante. In Africa la Chiesa sta crescendo e sono sempre più spesso i preti a insegnare alle nuove generazioni e mi piacerebbe, un domani, poter essere utile anche in questo.
Lei si considera un missionario a tutto tondo: c’è una figura, un modello che l’ha ispirata nel suo cammino?
Sì, ho sempre ammirato la figura di San Paolo. Ha studiato legge, ha insegnato, ha viaggiato molto ed è stato fondamentale per la diffusione del messaggio evangelico. L’Africa è da sempre teatro di numerosi conflitti, dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, dal Sahel alla Somalia fino alle gravi difficoltà in Etiopia, Mozambico, Camerun e Sud Sudan.
Cosa si può fare per arrivare a una normalizzazione?
Bisogna sforzarsi di andare in profondità, bisogna capire quali sono i motivi all’origine di questi conflitti. In alcuni casi ci sono crisi umanitarie importanti, in altri ci si confronta con terrorismo e corruzione purtroppo. È fondamentale per le nuove generazioni eleggere persone rette e responsabili che pensino innanzitutto al futuro del continente e della sua gente.
La chiave è l’istruzione?
Di sicuro. La metterei al primo posto. Dobbiamo combattere parallelamente la povertà e le malattie. La Chiesa sta dando il suo contributo, importante, e sta crescendo. Io sono qui, a San Michele di Appiano, a testimoniarlo.




