Marche

gli spacciatori si sono ripresi il Miralfiore. Il viaggio del Corriere nel parco tra siringhe, pusher e disperati

PESARO La ragazza attraversa in leggings e giubbotto il boschetto interno del parco Miralfiore. Un vestiario decisamente poco adeguato alle temperature di questo gennaio, ma lei, che non può avere più di 25 anni, non sembra accorgersi del freddo. Attraversa con lo sguardo fisso e impassibile i sentierini, schiacciando sotto gli scarponi tutto ciò che si trova nascosto nel fondo della boscaglia: foglie, legnetti e poi siringhe, soluzioni fisiologiche, resti di lattine, e dietro ad alberi e cespugli un fioccare di preservativi usati come fossero coriandoli. Un altro consumatore passeggia con la bici tra le mani a fianco al pusher ed è visibilmente alterato dalla presenza di estranei. A pochi mesi dall’operazione “anti-spaccio” del Battaglione Toscana dello scorso autunno, tutto è tornato alla “normalità” nel parco più famoso della città: gli spacciatori hanno ripreso il loro solito giro di clienti e il sottobosco di nuovo in un ritrovo per disperati, in cerca dell’ennesima dose.

 

I pusher

Oltre al supporto dei carabinieri da fuori regione, a dare una mano al decoro del parco sono stati certamente anche i lavori sul verde e le falciature dell’erba alta che caratterizza questo tratto del Miralfiore. Provenendo da via Cimarosa, oltre le transenne d’ingresso è finalmente possibile scorgere buona parte dell’orizzonte. Ma addentrandosi basta qualche passo in più per avere la vista bloccata dalla fitta presenza di alberi lunghi e stretti, dietro a cui si nascondono, passando da un tronco all’altro veloci come lepri, gli spacciatori in attesa dei clienti. Quegli stessi “venditori” che un consumatore abituale, appena lo scorso novembre, dava per completamente spariti in città. «Non c’è più uno spacciatore, ci tocca andare a Rimini a prendere la dose». Il fondo del bosco del Miralfiore oggi racconta un’altra realtà però. Intorno a mezzogiorno, i falò improvvisati coi legnetti del parco ancora fumanti segnalano la presenza, appena sfiorata, dei pusher nei dintorni. Il rumore dei passi li ha costretti ad abbandonare in fretta e furia i sacchetti di plastica con dentro il pranzo della giornata ancora intatto. Senza accorgersi, si calpesta di tutto a terra: bottiglie di superralcolici, resti di soluzioni fisiologiche e bottiglie d’acqua mezze vuote.

«Così fumano eroina e crack»

«Sembrano immondizia come ce n’è tanta, ma queste ultimi due oggetti servono a fumare l’eroina e il crack» spiega l’attivista anti-droga dell’associazione Prevaction Alessandro Giardini, che con un travagliato passato di dipendenze ormai alle spalle, conosce i “trucchi” del consumo. Ma è spostandosi a ridosso della rete che separa il parco dalla residenziale via Cimarosa. Dei grossi buchi nella recinzione permettono l’entrata e l’uscita dal boschetto in totale agilità ed è da lì infatti che si eclissano gli spacciatori una volta venduto la dose della giornata, di solito intorno a mezzogiorno e l’una: gli orari della pausa pranzo della maggior parte dei lavoratori. In questo punto a terra si trova ben più delle bottiglie di plastica. Tra le foglie spuntano siringhe e pezzetti di stagnola, posate utilizzate dagli eroinomani per sciogliere la dose, ma anche gli involucri di preservativi usati. «Chi non può permettersi di pagare – aggiunge Giardini – sia maschi che femmine, finiscono per prostituirsi in questi angoli di parco, per ottenere in cambio una dose da poche decine di euro». La disperazione di quegli scambi si respira nell’aria, troppo fredda per permettere a qualcuno di frequentare il parco in queste condizioni, in mezzo al fango e alla spazzatura. Ma il via vai non si ferma.




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