Resa dei conti in Corea del Sud, dopo il fallito colpo di Stato
Dal nostro corrispondente
NEW DELHI – Con una decisione che lascia pochi dubbi circa il clima di resa dei conti che si respira nel Paese, un tribunale di Seul ieri ha condannato l’ex primo ministro sudcoreano Han Duck-soo a 23 anni di carcere per il suo ruolo nel clamoroso fallito auto colpo di Stato ordito dall’ex presidente Yoon Suk Yeol nel dicembre del 2023. L’accusa ne aveva chiesti 15.
Secondo il giudice Lee Jin-kwan, nonostante il ruolo di premier gli conferisse precise responsabilità, il 76enne Han si è reso colpevole di aver preso parte a un’insurrezione, creando le condizioni perché «la popolazione tornasse a vivere a lungo sotto una dittatura». A causa delle scelte fatte da Han, ha detto il magistrato, «la Corea del Sud ha corso il rischio di ritornare a un passato oscuro, in cui l’ordine liberaldemocratico e i diritti basilari delle persone venivano violati».
Han è stato giudicato colpevole del grave reato di insurrezione, di spergiuro – l’unica accusa per la quale avesse ammesso delle responsabilità – e di aver falsificato un documento ufficiale. Nel leggere la sentenza, il giudice ha detto che Han ha svolto un ruolo chiave nel far credere che la decisione di imporre la legge marziale fosse stata presa in seno al Consiglio dei ministri e ha paragonato il piano a «un’insurrezione dall’alto». Non solo. Han è stato giudicato colpevole anche di aver discusso con altre figure di spicco del governo delle misure per impedire il funzionamento di istituzioni cruciali per la vita democratica del Paese come il Parlamento. Proprio il fallimento di quest’ultima parte del piano eversivo ha determinato il fallimento del colpo di Stato.
La notte del 3 dicembre 2023, subito dopo l’annuncio televisivo dell’imposizione della legge marziale e nonostante i militari nelle strade, un manipolo di parlamentari riuscì a raggiungere la zona del Parlamento, scavalcare le recinzioni e riunirsi per bocciare con un voto il tentativo di colpo di mano del presidente Yoon, scongiurando un ritorno a un passato, neppure troppo lontano, costellato di regimi militari e repressione del dissenso e delle libertà civili.
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