Per educare bisogna essere. Lettera

Inviata da Ada Muscari, docente e pedagogista – Nella scuola contemporanea si parla molto di metodologie, competenze, valutazione, innovazione didattica. Tutti aspetti fondamentali. Eppure, prima di ogni tecnica e di ogni strumento, l’educazione continua a poggiare su un elemento irrinunciabile: la persona dell’educatore.
Educare non è un atto neutro né esclusivamente professionale. È un incontro tra esseri umani, in cui ciò che l’adulto è incide profondamente su ciò che l’alunno
apprende, interiorizza e porta con sé. Per questo, più che chiedersi “cosa devo fare”, l’educatore è chiamato a interrogarsi su chi è mentre educa.
Come ricordava Janusz Korczak: “Non esistono bambini, esistono persone.” Questa affermazione, ancora oggi di straordinaria attualità, richiama l’adulto a una
responsabilità profonda: riconoscere l’altro come soggetto, non come destinatario passivo di regole o contenuti. L’essere dell’educatore come primo strumento educativo.
I bambini e i ragazzi apprendono osservando. Prima delle parole, colgono atteggiamenti, coerenze e incoerenze, posture emotive. L’educazione passa attraverso il comportamento quotidiano dell’adulto, il suo modo di stare nella relazione, di affrontare il conflitto, di gestire l’errore.
Maria Montessori scriveva: “Il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire: i bambini stanno lavorando come se io non esistessi.” Questa
affermazione non allude a un’assenza dell’adulto, ma a una presenza educativa solida e non invasiva, capace di sostenere l’autonomia senza rinunciare al ruolo. Per
educare bisogna essere coerenti: tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra le regole dichiarate e quelle agite. La coerenza costruisce fiducia, e senza fiducia non esiste apprendimento significativo.
Un altro elemento essenziale dell’essere educatori è l’autenticità. I ragazzi riconoscono immediatamente quando un adulto indossa una maschera professionale che non corrisponde alla sua realtà interiore. Educare non significa mostrarsi infallibili, ma essere veri, capaci di riconoscere limiti ed errori.
Carl Rogers sottolineava come: “La relazione autentica è il fattore più potente di cambiamento.” Nella scuola, questo si traduce nella capacità dell’adulto di creare un
clima emotivo sicuro, in cui l’alunno possa sentirsi visto, accolto e legittimato, senza essere giudicato o etichettato.
Essere presenti, non solo prestanti. Essere educatori oggi significa anche saper abitare il tempo della relazione educativa. La fretta, l’eccesso di adempimenti e la pressione valutativa rischiano di ridurre la presenza dell’adulto a una funzione.
Eppure, educare richiede ascolto, osservazione, attesa. Essere presenti vuol dire saper stare nel “qui e ora” dell’incontro educativo, accettando che i processi di
crescita non sono lineari né immediatamente misurabili.
Paulo Freire ci ricorda che: “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo: gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo.”
Educare è dunque un processo reciproco, che coinvolge anche l’adulto, chiamato a crescere insieme ai suoi studenti.
Per educare bisogna essere: essere adulti consapevoli, emotivamente responsabili, autentici nella relazione e coerenti nel ruolo. Perché ogni gesto educativo lascia una
traccia, e quella traccia nasce sempre dall’essere dell’educatore, prima ancora che dal suo fare.
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