Micki Gruber: «Chiedere di più: lo insegno alle donne» – Bolzano
BOLZANO. Crescere donna e poi provare subito ad essere libera. Facile? «Ma no, che diamine. Ci sono giorni in cui una si mette sul divano e si dice: bene, ora riposiamo, basta indossare l’armatura». E qui?«Arrivano le trappole». Cioè: gli stereotipi che fanno semplici le cose, del tipo che bello essere femmina, ma alla fine che ti manca, il lavoro c’è e dunque bene, stai serena. Nasce da questo pensiero, il quale in fondo dovrebbe tenerli dentro tutti – e che cioè diventare donna ed essere se stesse è una costruzione quotidiana da non lasciare mai sola -, l’idea di Micki Gruber di raccontare come. Lei dice, in proposito: «Forse mettere insieme dentro le pagine i pensieri che mi hanno fatta come sono è stato più complicato che viverli ma alla fine ci sono riuscita».
Lei è una coaching, neologismo che vuol dire, in sostanza, essere specialisti in una attività finalizzata allo sviluppo delle capacità personali o del rendimento professionale di un gruppo. Questione che si colloca su quel confine mobile tra sguardo psicologico, formazione in management, occhio attento alle novità “strumentali” per far riuscire gli altri meglio nel lavoro o per mettere le aziende nelle condizioni di non sbagliare un colpo nella gestione del personale. Micki Gruber è una bolzanina di Egna. Ma ha fatto le scuole a Verona e le lingue e molto altro a New York, ha girato il mondo stando in mezzo ad una famiglia molto aperta. Fratello architetto e jazzista a Vienna, Winfried; sorella – Lilli Gruber – che ha fatto diventare a sua volta donna il tg, da Rai Due a Rai Uno (ora a La 7 con 8 e mezzo), inventandosi una postura che ha fatto scuola e che ha costituito il rompighiaccio attraverso cui i giornalisti maschi si sono visti strappare dalle mani e dal video quella sorta di imperialismo di genere che li aveva resi fino ad allora padroni dell’informazione televisiva. Micki ha scelto la stessa strada, sul piano dell’autonomia, pur entrando in altri mondi, quelli delle aziende. Ora ha scritto un libro («Il marchio Io. Dire sì, dire no e creare successo nella vita e nel lavoro», Solferino, con Mariagiovanna Luini) che sta tra il manuale per la donna che vuole farsi strada in una economia molto maschile e il volume di istruzioni per applicare il femminismo ad una possibile carriera. «Vuoi essere donna? Siilo», potrebbe essere lo slogan. «Ma occhio alle trappole». Lo presenterà venerdì alla Libreria Cappelli alle 18.
Da dove cominciamo?
Dal chiedere.
Cioè?
Beh, chiedere è uno strumento molto potente. Per una donna in questo mondo è spesso un problema: chiedere soldi perché fai bene il tuo lavoro, chiedere un ruolo diverso. Da tante è percepito come elemosinare.
Invece?
Invece di fare gli occhi dolci, proviamo a porci degli obiettivi e a chiarire chi si è. Se lo si fa, allora il coraggio arriva.
Attraverso quali strumenti?
Ad esempio, imparare l’arte della negoziazione, stabilire delle priorità, essere consapevoli del proprio valore. Io so chi sono, dunque contratto.
E se si ha paura?
Decostruire le parole. La paura non è un dramma, è un elemento del vivere. Ho timore, ma imparo ad affrontarlo. Le emozioni ti fanno lo sgambetto, dunque facciamo amicizia con le nostre emozioni, impariamo a gestirle e metterle dentro una strategia. Essere agitate non è negativo.
Nel senso che sollecita l’adrenalina?
Anche. Se lo si vede da un altro lato aiuta a rendere vigili.
Quali sono le possibili trappole anche nel mondo del lavoro per una donna?
Gli stereotipi. Tante volte ce li attribuiscono gli uomini, ma in molte altre occasioni ce li cuciamo addosso. Noi non siamo quello che appare in chi ci guarda o ci parla, siamo spesso noi a credere che standoci dentro, a quelli stereotipi, sia tutto più facile. Se cerchiamo di capire sul serio chi siamo, allora sì diventiamo potenti.
Mi dica qualche stereotipo nel mondo del lavoro.
Standard di perfezione irrealistici.
Perché le donne arrivano da secoli di inseguimento ai maschi?
Forse. In ogni caso smontare anche il nuovo mito del successo al femminile, darsi pace rispetto alle continue pressioni anche interne per perseguirlo. Ma farlo pietra su pietra, giorno dopo giorno nel quotidiano.
Per arrivare a?
La costruzione di una presenza professionale solida, senza dimenticare la nostra identità.
Il libro è anche un manuale no?
Ci sono tecniche di esercizi semplici e pratici, come gestire al meglio una riunione aziendale, in che modo rifiutare un invito senza colpevolizzarci, perché e in che mondo contrattare un aumento.
Il “marchio Io” da dove nasce?
Dalla mia esperienza. Anche per me non è stato facile entrare nel mondo delle aziende, scoprirmi in grado di essere me stessa, una donna, facendo un lavoro fino a qualche anno fa molto maschile come il management o il coaching.
Su quale percorso?
Dare un volto, un contorno a se stesse, riuscire a diventare consapevoli che così come siamo, siamo forti, perché ci conosciamo, abbiamo imparato a farlo.
Che donna è questa che viene fuori da questa possibile consapevolezza di sé?
Una che tiene insieme grazia e determinazione. E pure ambizione.
Insomma, via da modelli maschili ?
Ma certo. Se siamo come siamo, dunque donne, siamo potenti.




