Sick Tamburo – Dementia | Indie For Bunnies
“Dementia” dei Sick Tamburo nasce in un luogo preciso, eppure difficilissimo da indicare: una stanza nascosta della nostra mente, un rifugio ambiguo in cui ci si ritira quando il mondo diventa troppo rumoroso, troppo violento, troppo ostile, troppo incoerente. È il posto di chi si aggrappa alle proprie verità, come se esse fossero scialuppe di salvataggio; è il posto di chi vive la normalità non come un approdo, ma come un peso insopportabile. È da lì che questo disco prende forma e corpo: in una dimensione intima e, allo stesso tempo, collettiva, perché quella stanza non appartiene mai ad uno solo, ma è parte di tutti noi, della nostra memoria condivisa, della nostra fragile umanità.

Non tutti, però, riescono a tornare indietro. Alcuni si perdono in quei corridoi mentali, smarriscono il filo che li lega all’amore, al futuro e alla speranza, e il mondo, da fuori, diventa sempre più opaco, distante, indecifrabile e sfuggente. Intorno a loro restano persone che soffrono, che si inquietano, che hanno paura. “Dementia” si muove esattamente su questa frattura: è un modo diretto, veloce, apparentemente più leggero e spensierato – ma non per questo superficiale – di affrontare ed esorcizzare quella sofferenza, quell’inquietudine, quella tristezza e quella paura che, spesso, non sappiamo nemmeno nominare.
Il percorso mentale, quello patologico e quello profondamente umano, si intrecciano e si proiettano sullo schermo nero di un mondo corrotto, crudele, instabile e sanguinario. Le guerre, le ingiustizie, i soprusi, le violenze non sono incidenti della storia, ma sono, invece, malattie croniche della nostra specie. Ci affliggono da millenni e continuiamo a non guarire, lasciando che a pagare il prezzo più alto siano sempre i più fragili, i più deboli, i più marginali, i più soli. “Dementia” osserva questo scenario senza filtri, riconoscendo che il confine tra il disagio individuale e la follia collettiva è molto più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere. Da sempre, i Sick Tamburo guardano a queste persone, alle loro macerie umane. I personaggi che popolano le loro canzoni – strani, a volte reali e a volte immaginati, possono apparirci stralunati, paranoici, romantici, spregiudicati, timidi, incoscienti, tossici, pazzi o indisciplinati – essi, però, non sono affatto caricature umane, ma ponti, aperture e legami. Sono un linguaggio musicale che ci permette di comunicare tra di noi, di riconoscerci simili più di quanto crediamo, di individuare il pericolo prima che sia troppo tardi e di fare fronte comune contro il male.
Un male che raramente si presenta con un volto mostruoso. Più spesso arriva sorridendo, con un bel viso, con modi gentili e rassicuranti. Ispira fiducia, promette sicurezza, predica pace, e intanto si insinua come un germe nelle nostre vite. Ci ruba la gioia, ci costringe a fare ciò che non vogliamo, sfrutta ogni nostra paura per accumulare altro potere, altra ricchezza, altra influenza. Senza alcun riguardo per chi resta indietro, per chi cade, per chi si perde lungo il percorso. Questo flusso di coscienza trova la sua forma più compiuta nell’ultimo brano, che porta lo stesso titolo dell’album. “Dementia” è la sintesi emotiva e sonora di tutto il disco: nelle sue variazioni improvvise, nei cambi di ritmo, nell’alternarsi di buio fitto e lampi di lucidità, di pace, d’amore. Sono attimi brevi, fragili, sempre più rari, purtroppo, ma reali. Ed è proprio per quei pochi istanti che dobbiamo continuare a crederci, a lottare, a restare assieme. E poi a resistere. Ad avere forza. Ad avere fede.
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