Umbria

Vedova “nasconde” le ceneri del marito, figlia risarcita per non avere avuto una tomba per il padre


Il diritto di onorare un defunto e di elaborare il lutto secondo le proprie convinzioni è un diritto inviolabile, riconosciuto anche dalla Costituzione, la cui violazione genera un danno morale risarcibile. Questo il principio applicato dalla Corte d’appello di Perugia che ha confermato il risarcimento a favore di una donna a cui era stata a lungo impedita la custodia delle ceneri del padre.

La vicenda, che opponeva la figlia del defunto alla sua matrigna, vedova del padre, riguardava la sepoltura delle ceneri. La danneggiata aveva denunciato in giudizio che la vedova si era rifiutata per anni di trasferire le ceneri in un luogo che le consentisse di pregare per il padre, causandole così una profonda sofferenza morale e psichica.

Il giudice di primo grado aveva accolto la domanda di risarcimento per il danno morale, ritenendo, invece, non provato un più specifico danno biologico di natura psichica. La vedova aveva, quindi, proposto appello, sostenendo che l’offesa lamentata non avesse i caratteri di serietà e gravità richiesti dall’articolo 2059 del codice civile per il risarcimento del danno non patrimoniale.

La Corte d’appello ha respinto le sue tesi, confermando pienamente la sentenza di primo grado. Nella motivazione, i giudici hanno ribadito con forza il fondamento costituzionale del “diritto al sepolcro” che si configura come “esplicazione dei sentimenti di pietà e del legame affettivo tra i vivi e i defunti”, ed è protetto dagli articoli 2 e 19 della Costituzione, che garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo e la libertà religiosa.

La sua protezione rappresenta un presidio essenziale della dignità della persona, assicurando ai congiunti la possibilità di elaborare il lutto secondo le proprie tradizioni e la violazione di questo diritto consente il risarcimento del danno non patrimoniale quando siano lesi diritti costituzionalmente garantiti.

La Corte ha osservato che, “in considerazione dell’alto valore che tale pratica riveste sia a livello individuale che nella coscienza sociale, la privazione della possibilità di rendere omaggio ad un defunto sia sicuramente fonte di notevole sofferenza interiore”. Tale sofferenza, hanno aggiunto i giudici, non può considerarsi un danno futile o trascurabile, “soprattutto se tale situazione si protrae per lungo tempo”.

Da qui il riconoscimento della legittimità del dolore della figlia e il diritto al rispetto per i defunti e per il lutto dei vivi.


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