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Essam: Avventurose contaminazioni :: Le Recensioni di OndaRock

Con il quarto album “Essam”, il quintetto tuareg algerino di Tamanrasset spinge l’acceleratore sulla contaminazione musicale, senza snaturare quella componente identitaria e culturale che ha trovato esegesi in quel desert blues reso nobile e universale da band come i Tinariwen. Da sempre compagni di ventura, questi ultimi, di una rivoluzione musicale che ha spezzato le redini della world music, assorbendo a pieno titolo le formazioni succitate e le altrettanto note band dei Mdou Moctar e Tamikrest in uno scenario rock omnicomprensivo.

Per “Essam” gli Imarhan hanno coinvolto il produttore elettropop francese Emile Papandreou (Uto), perfetto complice di Maxime Kosinetz, fedele ingegnere del suono della band algerina, e il risultato è oltremodo allettante.
Innovazione e azzardo sono alla base della seducente e sensuale “Derhan N’Oulhine”, brano già apparso nel progetto socio/culturale di Damon AlbarnAfrica Express Presents… Bahidorá” con il titolo “Dorhan Oullhin (What The Heart Desires)”, qui proposto con eguale passione e dolente malinconia ma con sonorità elettroniche ed echi alt-pop che ne esaltano le nuance psichedeliche, spostando l’asse dal desert-blues alla realtà urbana.
Gli Imharan squarciano il velo dell’iconografia culturale creata a puro appannaggio della critica europea e americana, espandendo il proprio immaginario musicale con esaltanti groove a base di voci, percussioni e drone music in piena estasi folk-psych (la sferzante riflessione sul consumismo di “Azaman Amoutay”) e intelligenti commistioni tra sacro (tradizione) e profano (elettronica) che lasciano decisamente il segno (la spettrale “Tamiditin” e la frizzante “Okcheur”).

Le mutazioni che agitano le acque del nuovo disco degli Imarhan, a partire dal sibilo drone music che infetta la prima traccia ”Ahitmanin”, restano contestuali a quello spirito comunitario che desert blues e cultura tuareg pongono al centro delle loro esternazioni artistiche. Le strategie moderne di Kosinetz e Papandreou, più che sovvertire, rafforzano il linguaggio originario della band. Anche gli echi che avvolgono la voce di Sadam ne amplificano la potenza evocativa, senza abdicare all’intima ragion d’essere socio-politica.
Amici e conoscenti della band si sono resi partecipi del progetto, contribuendo anche con un semplice battito di mani, mentre Eyadou Ag Leche dei Tinariwen ha regalato alla band una deliziosa ballata dai toni corali e intensamente spirituali (“Adounia Tochal”), un’esortazione verso il divino affinché accolga le preghiere di un popolo che chiede pace, amore  e libertà.

Con “Essam” la band tuareg algerina alza decisamente i toni. Il nuovo album sfugge ancora una volta ai canoni dell’autoindulgenza, nello stesso tempo queste dieci tracce abbondano di positività ed energia. Con l’ultima lunga traccia, “Assagasswar”, gli Imharhan spalancano ulteriori frontiere, conciliando la tradizione desert blues con astrazioni elettroniche e flussi dub-soul gentili eppur audaci, ulteriori segnali di una sapiente innovazione che sfida la retorica della world-music ed esalta la musica come linguaggio universale.

19/01/2026




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