Zu – Ferrum Sidereum | Indie For Bunnies
Un disco complesso, a tratti persino ostico, ma viscerale e dannatamente autentico, che sembra nascere da un’urgenza calcolata. Negli undici brani di “Ferrum Sidereum”, gli Zu riescono a dare una forma coerente al caos senza mai comprimerlo in strutture soffocanti. Senza mai stringerlo in reti pesanti. E non che la pesantezza non sia un elemento fondante di questo gargantuesco doppio CD dalla durata monstre di un’ora e venti minuti.

La band romana colpisce con la forza di un fabbro impazzito che, tra martello e incudine, forgia un suono compatto e al tempo stesso mutevole: una miscela esplosiva che fonde – come recita efficacemente un comunicato stampa che ho scovato online – la complessità del rock progressivo, l’asprezza dell’industrial, la precisione del metal, l’energia del punk e l’intelligenza del jazz. Una miriade di elementi che confluisce in un math rock furioso e chirurgico, epico e infernale, alimentato da obliqui ritmi tribali e da un’armonia incendiaria.
Il cuore pulsante del disco è l’interazione fra il sax baritono di Luca Mai, il basso di Massimo Pupillo e la batteria di Paolo Mongardi: tre musicisti che, forti di una perizia tecnica fuori dal comune, sembrano muoversi con sorprendente leggerezza in un paesaggio sonoro dominato da inquietudine e oscurità. Le parole diventano superflue: sono gli strumenti a parlare, a dipingere un quadro fatto delle stesse ombre che infestano il nostro presente.
Nonostante la lunghezza imponente e l’assenza di parti vocali (cifra stilistica ormai consolidata per quel che riguarda gli Zu), “Ferrum Sidereum” non conosce cali di tensione. Le distorsioni apocalittiche saturano ogni possibile spazio e tutto appare minuziosamente calibrato, anche quando la libertà espressiva potrebbe far pensare a un’opera nata di getto, magari figlia di estenuanti jam session improvvisate. L’elettronica, dosata con intelligenza e mai invadente, aggiunge profondità e garantisce quella necessaria alternanza di umori che tiene lontano lo spettro della ripetitività.
Ma il vero punto di forza di “Ferrum Sidereum” risiede nella sua immensa, travolgente “cattiveria”. Brani come la ruvidissima “Charagma”, sospesa tra Meshuggah e King Crimson, o la diabolica “A.I. Hive Mind”, con il suo crescendo sulfureo e minaccioso, basterebbero da soli a giustificare l’ascolto. Per nostra fortuna, il disco regge magnificamente nella sua interezza. Il 2026 è appena iniziato e abbiamo già tra le mani uno dei migliori album Made in Italy.
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