Cultura

Bruce Springsteen denuncia i “metodi da Gestapo” dell’Ice e dedica il suo concerto a Renee Good


Durante un’apparizione a sorpresa al festival Light of Day di Red Bank, nel New Jersey, Bruce Springsteen ha pronunciato uno dei suoi interventi pubblici più duri degli ultimi anni, denunciando quelle che ha definito “tattiche da Gestapo” adottate dalle forze federali in diverse città statunitensi, Minneapolis in testa, sotto l’amministrazione di Donald Trump.
Prima di eseguire “The Promised Land”, Springsteen ha preso la parola per un discorso esplicitamente politico, sostenendo che gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di crisi senza precedenti nella loro storia recente. “Gli Stati Uniti, gli ideali e i valori che hanno rappresentato per 250 anni, sono messi alla prova come mai in tempi moderni”, ha affermato. “Quei valori non sono mai stati così in pericolo come oggi”. Da lì, l’invito diretto al pubblico e, per estensione, all’opinione pubblica americana: “Mandare un messaggio al Presidente”.

“Riuniti qui stasera, in questa splendida dimostrazione di amore, cura e senso di comunità; se credete nella democrazia, nella libertà; se credete che la verità conti ancora e che valga la pena difenderla; se credete nello stato di diritto e nel fatto che nessuno sia al di sopra della legge; se vi opponete a truppe federali pesantemente armate e senza identificativi che invadono le città americane usando tattiche da Gestapo contro i nostri concittadini; se credete di non meritare di essere uccisi per aver esercitato il vostro diritto costituzionale di protesta, allora mandate un messaggio a questo Presidente. E, come ha detto il sindaco di quella città, l’ICE deve togliersi dai piedi e lasciare Minneapolis”.
Springsteen ha concluso dedicando “The Promised Land” a Renee Good, cittadina americana e madre di tre figli, uccisa dall’Ice nelle operazioni di polizia federale al centro delle proteste.
Non si tratta di un episodio isolato: il confronto tra Springsteen e Trump accompagna da anni il dibattito politico e culturale statunitense, confermando il ruolo dell’artista come coscienza critica d’America.




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