Dall’incubo di La Spezia alla diagnosi di un’intera generazione: ecco cos’è alessitimia e come riconoscerla

L’aggressione di La Spezia svela l’emergenza alessitimia, un vuoto emotivo che trasforma il dolore in violenza fisica.
Venerdì 16 gennaio 2026, istituto professionale “Chiodo” di La Spezia. Un banale diverbio durante la ricreazione, forse per una ragazza, si trasforma in sangue. Un ragazzo di 19 anni estrae un coltello da cucina di venti centimetri e colpisce un compagno di 18 anni all’addome. La corsa in ospedale, la rianimazione, la prognosi riservata, e purtroppo poi il decesso. La Questura parla di “motivi sentimentali”. Una formula standard che chiude il caso giudiziario, eppure apre una voragine educativa.
Ridurre tutto a “gelosia” o “bullismo” rischia di essere una semplificazione pericolosa. L’episodio di La Spezia va oltre il caso isolato: rappresenta l’ennesimo sintomo di un’afasia emotiva che sta colpendo un’intera generazione. Gli psicologi clinici la chiamano alessitimia: dal greco a- (mancanza), lexis (parola) e thymos (emozione). È l’incapacità di riconoscere e verbalizzare i propri stati d’animo. Quando mancano le parole per dire “sto male”, “mi sento rifiutato” o “ho paura”, il corpo agisce. E spesso agisce con violenza.
Il cortocircuito neurobiologico e l’atrofia digitale
Si tratta di un preciso meccanismo neurobiologico, concreto e tangibile. Come evidenziato nel rapporto “Neuroscience Impact” di Intesa Sanpaolo, che riprende gli studi di Jaak Panksepp, le emozioni sono processi ancestrali che nascono nel sistema limbico. In un cervello “alfabetizzato”, queste emozioni viaggiano verso la corteccia prefrontale per essere trasformate in pensiero. Nei soggetti alessitimici questo ponte è interrotto. L’emozione resta grezza, un’attivazione fisica intollerabile che cerca una via di fuga immediata.
Inoltre, una ricerca del 2025 pubblicata sul Journal of Affective Disorders conferma che la disregolazione emotiva nell’infanzia, se non trattata, evolve in disturbi internalizzanti durante l’adolescenza. A questo deficit strutturale si somma oggi l’“Alessitimia Digitale”. L’uso massiccio di schermi altera i circuiti dell’empatia: senza il rispecchiamento fisico, i neuroni specchio non si attivano. I ragazzi si abituano a reazioni binarie e rapidissime, perdendo la pazienza necessaria per decifrare sentimenti complessi. Il risultato è una generazione iper-stimolata ma emotivamente analfabeta.
I tre gradini del silenzio
Lo studio preliminare di validazione della Toronto Alexithymia Scale (TAS-20) su adolescenti italiani identifica tre livelli di questo deficit, visibili nelle dinamiche odierne:
- Difficoltà a identificare i sentimenti: il ragazzo sente un malessere indefinito, impossibile da classificare come rabbia, fame o tristezza.
- Difficoltà a descrivere i sentimenti agli altri: il muro verbale che isola l’adolescente anche in mezzo alla folla.
- Pensiero orientato all’esterno: l’ossessione per i dettagli concreti, per il possesso, per l’azione, a scapito del mondo interiore.
Applicando questa griglia di lettura alla cronaca, il gesto di La Spezia appare nella sua nuda tragicità: l’aggressore, privo del vocabolario per elaborare il rifiuto, ha utilizzato l’unica risposta disponibile nel suo repertorio, quella fisica.
I dati dell’emergenza: oltre la punta dell’iceberg
Si è di fronte a un fenomeno sistemico confermato dai numeri. L‘analisi di Unicusano (2025) sulla salute mentale fotografa un Paese in sofferenza: oltre 16 milioni di italiani lamentano disturbi psicologici, con un incremento del 6% rispetto al 2022.
Il disagio colpisce duramente le nuove generazioni. I dati Ipsos per il World Mental Health Day 2024 rivelano che il 54% dei giovani della Gen Z ha vissuto nell’ultimo anno episodi di stress tali da impedire le normali attività quotidiane. Esiste poi una profonda differenza di genere: mentre i ragazzi tendono all’esternalizzazione (rabbia, violenza fisica), le ragazze spesso rivolgono la violenza contro se stesse. Il 40% delle giovani donne dichiara di sentirsi spesso depressa, e aumentano i fenomeni di autolesionismo e disturbi alimentari come strategie di regolazione disfunzionale, come evidenziato anche dagli studi di Sangalli e Caselli su alessitimia e autoregolazione.
A questo si aggiunge il quadro del cyberbullismo: secondo lo studio ESPAD®Italia 2024 del CNR, il 32% degli studenti ha ammesso di aver compiuto atti di prepotenza online. È la prova statistica della dissociazione emotiva: dietro uno schermo, la sofferenza della vittima diventa invisibile. Infine, i dati Istat 2024 sulle condizioni dei minori legano strettamente povertà educativa ed esclusione sociale, creando il terreno fertile per il disagio.
La risposta della scuola
In questo scenario, la scuola resta l’ultimo avamposto. L’episodio di La Spezia impone di guardare oltre la sicurezza intesa come metal detector. La vera prevenzione passa per la riattivazione dei canali emotivi. La recente Legge 19 febbraio 2025, n. 22 sull’introduzione delle competenze non cognitive prova a dare una risposta istituzionale, puntando a integrare l’intelligenza emotiva nella didattica. Eppure, nessuna legge può sostituire la relazione umana.
Il compito urgente diventa fornire un alfabeto per il dolore. Occorre insegnare a vivere la tristezza come un’emozione necessaria da attraversare, anziché un guasto da riparare. Solo restituendo ai ragazzi le parole per nominare il buio interiore sarà possibile evitare che quel buio continui a cercare, e trovare, vie d’uscita distruttive.
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