Quando l’altro smette di essere un volto: la lezione di Pirandello sulla violenza a scuola. Lettera

Simone Billeci rilegge la tragedia scolastica attraverso Pirandello: la violenza scatta quando l’altro diventa maschera. Occorre educare alla relazione autentica per evitare che il disagio si trasformi in distruzione.
Inviata da Simone Billeci – Ci sono fatti di cronaca che non chiedono reazioni immediate, ma tempo, ascolto, pensiero. La morte di uno studente ucciso da un compagno di scuola è uno di questi. Non è soltanto un evento tragico: è una lacerazione profonda nel patto simbolico che regge la convivenza civile, perché avviene in un luogo che dovrebbe essere presidio di crescita, di relazione, di futuro. La scuola nasce per accompagnare la vita che comincia; quando la morte irrompe lì dentro, qualcosa si incrina nel nostro modo di pensare l’umano.
In questa ferita aperta si inserisce una coincidenza che pesa come un segno: cento anni fa usciva Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. Un romanzo che non parla di violenza fisica, ma di una violenza più sottile e pervasiva: quella che nasce quando l’altro non è più riconosciuto come persona, ma ridotto a immagine, a maschera, a definizione rigida. Pirandello aveva compreso che l’identità non è un nucleo compatto, bensì un fragile equilibrio tra come ci percepiamo e come veniamo percepiti. E quando questo equilibrio si spezza, il rischio non è solo la sofferenza interiore, ma la perdita del legame con l’altro.
Ogni gesto di violenza estrema porta con sé una domanda inquietante: quando l’altro smette di essere un volto e diventa un bersaglio? La risposta non è mai semplice, ma passa spesso attraverso un processo di disumanizzazione silenziosa. Non vediamo più una persona, ma ciò che rappresenta ai nostri occhi: un rivale, un nemico, un ostacolo, uno specchio insopportabile delle nostre fragilità. Pirandello lo aveva mostrato con lucidità: siamo “uno” per noi stessi, “centomila” per gli altri, e rischiamo di diventare “nessuno” quando nessuna di queste immagini riesce più a reggerci.
Nell’età adolescenziale questa dinamica è ancora più delicata. L’identità è in costruzione, esposta allo sguardo altrui, vulnerabile al giudizio, alla derisione, all’esclusione. Essere visti male, o non essere visti affatto, non è un dettaglio psicologico: è un’esperienza che incide profondamente. Quando manca uno spazio in cui potersi raccontare senza maschere, quando non c’è un luogo sicuro di riconoscimento, il conflitto non scompare. Si accumula. E talvolta prende la forma più distruttiva.
La violenza, quasi sempre, non è un’esplosione improvvisa. È l’esito di una progressiva disconnessione: dall’altro, da sé, dalla realtà. Il “nessuno” di Pirandello, letto oggi, non è solo una categoria filosofica, ma il nome di un vuoto che può diventare pericoloso quando non trova parole, confini, relazioni capaci di contenerlo. In quel vuoto, il limite si assottiglia, l’altro perde consistenza, la vita stessa rischia di essere percepita come priva di valore.
Sarebbe troppo facile confinare tutto all’interno delle mura scolastiche. In realtà, ciò che accade a scuola è spesso lo specchio di una società più ampia, che corre veloce ma ascolta poco, che etichetta in fretta ma comprende lentamente, che chiede prestazioni ma offre sempre meno spazi di elaborazione emotiva. La scuola si trova così a sostenere un carico che non è solo educativo o didattico, ma profondamente umano. Quando mancano tempo, risorse e cultura della relazione, il disagio non trova vie di trasformazione e può mutarsi in distruzione.
Riletto oggi, Uno, nessuno e centomila non è un testo pessimista, ma un monito. Ci ricorda che l’identità è un processo, non una condanna; che nessuno coincide mai del tutto con l’immagine che gli altri hanno di lui; che fissare una persona in una maschera significa toglierle la possibilità di cambiare. Ed è proprio lì che inizia la disumanizzazione, quella che rende possibile anche l’impensabile.
Di fronte a una tragedia come questa non servono risposte semplici, né colpevoli immediati. Serve una responsabilità condivisa, educativa e culturale. Serve insegnare, e soprattutto testimoniare, che l’altro non è mai riducibile a una definizione, che ogni volto porta con sé una complessità che non conosciamo, che il conflitto può essere attraversato senza annientare.
Cento anni fa Pirandello ci ha consegnato uno specchio scomodo. Oggi quello specchio continua a rifletterci, forse con crepe più evidenti. Sta a noi decidere se usarlo per guardarci davvero, o se distogliere lo sguardo. Perché quando un ragazzo muore, non è mai soltanto “uno”: è sempre uno, nessuno e centomila.
Source link




