Il dibattito sinistra-riformismo: da Livorno a Schlein e Renzi
Il dibattito attorno a cosa sia sinistra è annoso e non nuovo. Se si torna per un attimo a Livorno, si vedrà che la distinzione che più ha attraversato la politica italiana e che nel 1921 lì si è realizzata nella scissione e nella nascita del Partito Comunista d’Italia, in realtà ha subito progressivi slittamenti semantici. Così massimalisti e riformisti non sono certo più gli stessi di allora.
Si pensi solo a quello che scriveva nel 1924 Piero Gobetti di Giacomo Matteotti, già assassinato dai fascisti, ovvero che quest’ultimo era pur sempre un marxista che non ignorava Hegel e non aveva trascurato Sorel (il teorico del sindacalismo rivoluzionario), che la sua intransigenza era soreliana, che l’idea di un sindacalismo graduale non era teorica ma pragmatica, “suggeritagli dall’esperienza di ogni giorno in un paese servile che è difficile scuotere senza che si abbandoni a intemperanze penose”.
Per venire con un gran salto agli ultimi decenni, il migliorismo, il craxismo, la Terza Via, sono stati i tentativi di riscrivere questo rapporto; infine è arrivata la sua riduzione macchiettistica con il renzismo, una Terza Via fuori tempo massimo, decontestualizzata. Ma Renzi ha dato nuovo vigore, una nuova casa, un nuovo leader a quel settore del centrosinistra italiano orfano del progetto di modernizzazione che aveva visto in Craxi un alfiere.
In qualche misura anche la Bolognina tentava di rispondere alle stesse domande, e non è un caso se le figure di spicco ex Pci che hanno avuto un percorso apicale nelle istituzioni, a partire da Giorgio Napolitano, venissero proprio dall’ambito dei miglioristi, così come il progetto della Margherita prima e del Pd poi veniva a sua volta colonizzato da tesi e figure del centro cattolico, ‘riformista’ per natura. E d’altro canto, un certo recupero del craxismo e della stessa figura di Craxi è avvenuta anche tra dirigenti di spicco del fu Pci. Naturalmente, questa riflessione a volo d’uccello non può dare conto della messe di sfumature, differenze, percorsi, problematiche, fasi storiche. Ma vuole portarci all’oggi, poiché di nuovo la spaccatura si ripropone, soprattutto su due piani, uno esterno e l’altro interno.
Il primo riguarda il diritto internazionale: ‘riformisti’ che, pur dicendosi ‘rammaricati’ per la violazione del diritto internazionale da parte di Trump, sostengono di non voler buttare il bambino con l’acqua sporca, salutando quindi con favore il rapimento di Maduro; ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’ di andare a braccetto con i dittatori, da Maduro a Putin agli ayatollah; ‘riformisti’ che sostengono che l’Ucraina debba entrare nella Nato e nella Ue, magari riservando a Putin un trattamento ‘venezuelano’ perché ex iniuria oritur ius; ‘riformisti’ che su Gaza chiudono un occhio o anche due perché ‘Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente’. Sul secondo piano, quello interno, assistiamo a ‘riformisti’ che sostengono che il Sì alla riforma meloniana della Costituzione migliorerebbe l’Italia poiché c’è una questione magistratura irrisolta proprio dai tempi di Craxi; a ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’ di essere ‘giustizialista’ (salvo poi saltare al collo degli indagati per i presunti finanziamenti ad Hamas).
Questo solleva la domanda più tragica: se si deve fare pace con il fatto che – piaccia o no – nella cultura, nei numeri, nel dibattito, e soprattutto negli studi televisivi, dove ormai hanno messo radici e sono sovrarappresentati, i riformisti esistono e si autoascrivono al ‘campo largo’ (ma non quello di Conte, vera bestia nera di questo sedicente riformismo) della sinistra, la sinistra nella sua totalità invece cos’è?
Se il riformismo sembra avere delle idee (poche, ben confuse, ma ci sono), e se queste idee sempre più spesso collimano con le idee della destra (Maduro, Ucraina, Gaza, riforma costituzionale, Europa, riarmo, austerità, spesa pubblica, etc.), la sinistra – che avrebbe in Elly Schlein il proprio massimo rappresentante – quali idee ha? Non sembri ingenerosa questa domanda, però dura ormai da troppi anni l’assalto del riformismo a un fortino egemonico della sinistra crivellato dal fuoco amico. Troppo, per non chiedere chiarezza definitoria su temi, mezzi, prospettive.
Non è solo una questione definitoria, è il presupposto per capire se si può stare insieme per fare delle cose o solo per vincere le elezioni. Come rispose Togliatti a Pajetta quando quest’ultimo occupò la prefettura di Milano: “Bravo! E adesso che ve ne fate?”.
Source link




