Scienza e tecnologia

Pirateria streaming 2026: dati, motivi della crescita e crisi industria

Per qualche anno, sembrava davvero che la pirateria audiovisiva fosse destinata a diventare un problema marginale. Intorno al 2020, con l’esplosione delle piattaforme di streaming e cataloghi relativamente completi a prezzi accessibili, le visite ai siti pirata erano crollate. L’offerta legale funzionava: era semplice, comoda, centralizzata. Per molti utenti, non valeva più la pena cercare alternative.

Poi qualcosa è cambiato.

Nel giro di pochi anni, lo scenario dello streaming si è trasformato radicalmente. I prezzi sono aumentati, le regole sono diventate più restrittive e, soprattutto, l’offerta si è frammentata. Oggi, per seguire film, serie TV e sport, servono più abbonamenti, spesso con cataloghi incompleti e contenuti che spariscono o migrano da una piattaforma all’altra. In parallelo, la pirateria, che sembrava in declino, ha iniziato lentamente a risalire.

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Dai minimi del 2020 al picco del 2023: cosa dicono le visite ai siti pirata

I dati sulle visite ai siti pirata, raccolti da studi internazionali come quelli analizzati da CordCutting.com, raccontano una traiettoria molto chiara.

Dopo il forte calo del 2020, legato a un’offerta streaming percepita come conveniente e completa, il traffico verso piattaforme illegali ha ricominciato a crescere. Il 2023 segna un punto di massimo, coincidente con quella che molti analisti definiscono la fase di massima frammentazione dello streaming.

Non è un caso. Più servizi, più esclusive, più abbonamenti da gestire significano un’esperienza meno fluida per l’utente. Quando la semplicità viene meno, una parte del pubblico torna a cercare scorciatoie. Ed è qui che la pirateria riemerge, non come prima scelta, ma come risposta a un sistema percepito come inefficiente.

E nel 2025 cosa è successo? Sono ancora stime, ma si parla di valori compresi fra 220 e 225 miliardi di visite a siti pirata, quasi 100 miliardi in più rispetto al 2020. Nella tabella sottostante trovate i dati relativi alle visite ai siti pirata dal 2019 a oggi.

L’Italia non fa eccezione: i dati FAPAV–Ipsos

Se si guarda ai dati italiani, il quadro è piuttosto netto.

Secondo l’indagine FAPAV–Ipsos Doxa, nel corso del 2024 il 56% dei giovani italiani tra i 10 e i 15 anni ha compiuto almeno un atto di pirateria audiovisiva. La percentuale cresce ulteriormente nella fascia 15–25 anni, dove si arriva al 63%, un valore molto più alto rispetto alla media della popolazione adulta.

Ancora più interessante è la percezione del fenomeno. Per molti giovani italiani, piratare contenuti non è considerato un gesto particolarmente grave o trasgressivo. Nella scala delle azioni “sbagliate”, la pirateria viene spesso percepita come meno rilevante di altri comportamenti quotidiani, un segnale chiaro di normalizzazione culturale. L’assenza di “vittime visibili” e la distanza percepita dall’industria contribuiscono a rendere il gesto astratto, quasi privo di conseguenze dirette.

Questa dinamica non è però limitata all’Italia. Lo studio The State of Digital Content Piracy in 2024 pubblicato da CordCutting.com mostra come il 76% degli intervistati in una fascia di età compresa tra i 18 e i 27 anni ammetta senza troppe remore di aver utilizzato siti pirata; passando ai Millennials la percentuale scende al 67%, comunque molto elevata.

Anche in questo caso, la crescita del fenomeno va di pari passo con l’aumento dei costi degli abbonamenti e con le restrizioni introdotte dalle piattaforme, come il blocco della condivisione degli account. Contesti diversi, stesso risultato: la pirateria torna a essere una pratica diffusa.

Non è solo una questione di soldi

Un altro punto centrale, che emerge sia dai dati italiani sia da quelli internazionali, riguarda le motivazioni. L’idea che la pirateria sia spinta esclusivamente dal risparmio economico è ormai superata. Nella fascia 15–25 anni, il risparmio non è la prima ragione dichiarata: molti parlano di una sensazione di “giustizia”, di conformismo sociale (“lo fanno tutti”) o di autoaffermazione.

La pirateria diventa così anche un atto simbolico, una forma di risposta a un sistema percepito come sbilanciato. Non è una giustificazione, ma un elemento fondamentale per capire perché le sole misure repressive faticano a funzionare.

Quando lo streaming smette di essere comodo

Nel video in apertura lo diciamo chiaramente: lo streaming aveva vinto quando era più semplice della pirateria.

Oggi, in molti casi, questa condizione non è più vera. Account da gestire, limiti geografici, blocchi sulla condivisione delle password, contenuti distribuiti su troppe piattaforme diverse. Non solo: talvolta i contenuti spariscono senza troppi complimenti, altre volte risultano impossibili da trovare, anche se disposti a pagarli.

A fronte di tutto questo, alcune soluzioni illegali offrono un’esperienza paradossalmente più lineare: un catalogo unico, nessuna registrazione, nessuna barriera apparente. Non c’è bisogno di VPN, né di altri strumenti complicati. E qui dobbiamo citare un altro dato davvero interessante: circa l’80% della pirateria attuale riguarda lo streaming di contenuti, non il download in locale tramite p2p o simili.

È un confronto scomodo, ma inevitabile. Non perché la pirateria sia “migliore”, ma perché mette in evidenza le debolezze dell’offerta legale.

No, non è Netflix, né tanto meno Prime Video o Disney+. Si tratta di uno dei tanti siti pirata, che include anche pellicole recenti ancora al cinema.

Più controllo, stessi risultati?

In risposta a questa situazione, l’industria, almeno quella italiana, ha scelto di rafforzare gli strumenti di contrasto.

In Italia, l’evoluzione di Piracy Shield 2.0 punta a rendere più rapide le segnalazioni e i blocchi, avvicinando anche l’ipotesi di sanzioni dirette agli utenti. Tuttavia, gli stessi studi FAPAV–Ipsos mostrano come solo una minoranza dei giovani abbia ricevuto informazioni chiare sui rischi della pirateria.

E anche quando l’informazione c’è, non sempre basta. Molti giovani dichiarano di essere consapevoli dei pericoli, come malware, truffe, furti di dati, e di averne fatto esperienza diretta. Questo, però, non ha fermato il comportamento. Segno che il problema non è solo educativo o legale, ma strutturale.

Sarebbe poi da parlare di tutti i problemi di Piracy Shield, tra cui il blocco di Google Drive, il codice sorgente trapelato online o il recente battibecco con CloudFlare, ma si rischia di andare troppo fuori tema.

piracy shield

Un sintomo, non la causa

La pirateria che osserviamo oggi non è il ritorno di un nemico del passato, ma il sintomo di un ecosistema che ha perso equilibrio.

Più piattaforme, più esclusività e più restrizioni non hanno ricreato il rapporto di fiducia che aveva portato al crollo della pirateria nel 2020. Al contrario, hanno contribuito a riaprire una porta che sembrava chiusa.

Nel video completo approfondiamo questi passaggi uno per uno: dai dati sulle visite ai siti pirata al ruolo delle piattaforme, passando per le scelte dell’industria e le percezioni degli utenti. Perché se è vero che la pirateria è tornata a crescere, la domanda più interessante resta un’altra: chi l’ha davvero riportata in vita?


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