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Al Piatti tennis center, dove si è formato Sinner: un progetto su misura per i giocatori

Non vi aspettate una struttura fantasmagorica con trenta campi, ristoranti, piscine e chissà che altro. Il Piatti tennis center è un po’ come il suo inventore: tutto sostanza, pragmatismo, duro lavoro. Per questo bastano sette campi – quattro di proprietà, veloci, e i tre in terra del Bordighera tennis club – ma con ben ventotto maestri e dieci preparatori atletici che curano i 63 giocatori e giocatrici nel dettaglio. Un tennis su misura, sartoriale: chi approda lì è un progetto da portare avanti, con degli obiettivi da raggiungere. E quindi progressi da valutare, prestazioni in torneo da osservare, miglioramenti da apportare. Jannik Sinner, che vi ha trascorso sette anni prima di affidarsi a Simone Vagnozzi (al quale si è aggiunto Darren Cahill), ne è l’esempio più compiuto.

Oggi, racconta il general manager del centro Federico Andreani, i giocatori sono per l’80% stranieri: arrivano da India, Cina, Brasile, Iran, Canada oltre che dall’Europa (Slovenia, Croazia, Danimarca, Bulgaria ecc.). Hanno tra i 13 e i 18 anni. «Facciamo una selezione all’ingresso: si viene valutati per un paio di settimane e poi ammessi sulla base di presupposti tecnici, caratteriali e familiari. Offriamo anche consulenze, che possono essere di una giornata, una settimana o pacchetti di più settimane. Nell’arco di un anno passano di qui un migliaio di giocatori». I ragazzi che decidono di trascorrere una stagione nel centro (con un costo che si aggira tra i 30 e i 35mila euro all’anno, oltre alle spese di vitto e alloggio, e a quelle per i tornei) hanno la possibilità di stare in una residenza collegata all’accademia, villa Sorriso. Gli italiani arrivano da tutte le zone del Paese. «Vanno a scuola al mattino, si allenano il pomeriggio: è la nostra formula light. La intensive prevede due sessioni di palestra e due di tennis per un totale di sei ore al giorno. Gli stranieri, risolta la complicazione del visto, arrivano qui e frequentano la scuola online». Riccardo Piatti non è sempre presente, risiede a Montecarlo ed è lì ogni tanto per supervisionare o per seguire dei giocatori che gli manda la federazione francese. La sfida è stata rendere praticabile il metodo Piatti facendo a meno del suo fondatore. Su ogni campo ci sono due giocatori con un maestro, e un “super maestro” che coordina il tutto a cavallo dei due rettangoli di gioco affiancati. Importanti, oltre agli esercizi canonici in campo, le «videoanalisi, anche comparative: il giocatore riguarda sé stesso e come un campione esegue lo stesso colpo, rendendosi conto di quel che c’è da correggere». Poi c’è la gestione dei tornei. Un capitolo cruciale, perché «per noi la priorità non è fare punti o vincere una coppa, ma mettere in pratica quanto fatto in allenamento e verificare come è andata dal punto di vista fisico, tattico e mentale» (nel centro c’è una palestra mentale in collaborazione con Formula Medicine, la struttura di Riccardo Ceccarelli, mental coach – tra gli altri – di Sinner). «I nostri giocatori sono accompagnati nei tornei da un maestro, ce n’è uno ogni quattro atleti». Gli stessi insegnanti seguono un percorso formativo per poter salire di livello e stare al passo con un tennis sempre più performante e veloce. Infine un dato interessante: «Spesso i top ten che vivono a Montecarlo ci chiedono di mandare i nostri come sparring, o vengono loro qui: inutile dire che è una esperienza notevole».


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