Economia

Conflitti e scontri economici, il barometro di Davos punta sulla tempesta

ROMA – Che differenza può fare un solo anno. Specie se è un anno di presidenza Trump, come quello appena trascorso. E se la differenza la misuriamo chiedendo ai leader globali quali siano i maggiori rischi che il mondo deve affrontare. Lo ha fatto, come ogni anno, il World economic forum, nel suo Rapporto sui rischi che precede di pochi giorni l’avvio del meeting di Davos. E la risposta di politici, economisti e manager interpellati è netta: il maggiore pericolo, per questo 2026 e i successivi due anni, sono gli scontri geoeconomici, che balzano in un solo anno all’insù di otto posizioni. Pericolo concretissimo, per di più: metà dei partecipanti al sondaggio prevede che i prossimi due anni saranno turbolenti o addirittura tempestosi, 14 punti in più dello scorso anno, con la possibilità che degenerino in catastrofi globali.

L’economia come arma

Nel sondaggio dello scorso anno, condotto in piena campagna elettorale per le presidenziali americane, gli esperti di Davos avevano indicato come rischio maggiore in un orizzonte a due anni la disinformazione, che quest’anno scende invece in seconda posizione. E nonostante il conflitto in Ucraina continui, sembra in una certa misura ridursi anche la preoccupazione per gli scontri armati, pur restando al secondo posto per il 2026. Qui però conta molto la prospettiva temporale del sondaggio, successivo alla tregua a Gaza, ma precedente all’operazione speciale di Trump in Venezuela e alla nuova escalation di proteste in Iran. In compenso è chiaro, guardando ai rapporti tra Cina e Stati Uniti ma non solo, come sia ormai diventata centrale una nuova e particolare forma di competizione geopolitica, cioè quella che utilizza armi prima considerate “economiche” come dazi, divieti tecnologici o controllo delle risorse scarse.

Una nuova competizione

«Un nuovo ordine competitivo sta prendendo forma mentre le grandi potenze cercano di assicurarsi le proprie sfere di interesse», ha dichiarato Børge Brende, presidente e amministratore delegato del World Economic Forum, di cui proprio Trump, il leader che sta scuotendo dalle fondamenta l’ordine globale, sarà l’ospite più atteso. Il titolo di questa edizione, “uno spirito di dialogo”, appare più che altro un auspicio, anche se Brende insiste a dire che la cooperazione non è morta ma sta cambiando forma. Si vedrà se le grandi mediazioni di Trump, che proprio in Svizzera cercherà di portare avanti i suoi piani di pace per Gaza e per l’Ucraina, sosterranno questa lettura. Ormai la maggioranza dei leader riconosce che ci troviamo in un mondo multipolare, in cui è tutt’altro che scontato che i leader abbiano la capacità o la volontà di affrontare rischi per loro natura sovranazionali.

Crescita e ambiente

Il rapporto sui rischi mostra poi un altro paio di cose interessanti. La prima è che i pericoli strettamente economici non sono ancora tra i maggiori, considerato che la crescita globale si è mostrata finora resiliente, ma fanno grandi balzi in alto. Per quanto tempo l’economia potrà restare “isolata” dalla crescente conflittualità globale e dai suoi effetti sociali, come polarizzazione e aumento delle diseguaglianze? La seconda è che nel lungo periodo, un orizzonte di dieci anni, i rischi climatici sono quelli che continuano a spaventare di più, perfino più di uno scenario in cui l’Intelligenza artificiale diventa dannosa per l’umanità, ma sono di fatto spariti dall’agenda di breve periodo. Che differenza può fare un anno, se è un anno di Trump.


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