Adolescenti e IA, “a lui posso dire tutto”: il 24% confessa al software segreti e problemi che non si sentirebbe a suo agio a condividere con famiglia e amici

Il report Save the Children rivela che l’IA è diventata un rifugio emotivo per il 42% degli adolescenti, che spesso la preferiscono al dialogo con docenti e famiglie per l’assenza di giudizio. L’analisi evidenzia un uso intimo della tecnologia che compensa la solitudine ma espone i ragazzi a rischi di isolamento sociale e violazione della privacy.
Se pensiamo che l’Intelligenza Artificiale sia per i ragazzi solo uno strumento per “barare” nei compiti, i dati del nuovo Atlante di Save the Children, diffusi a novembre 2025, ci smentiscono clamorosamente. L’analisi statistica rivela un fenomeno ben più profondo: l’IA sta diventando un surrogato relazionale, un “confidente digitale” che riempie vuoti emotivi e solitudini, spesso preferito al confronto con genitori, amici o insegnanti.
Il “grande freddo” demografico e il divario digitale
Il contesto è quello di un paese in “inverno demografico”, dove gli adolescenti sono una minoranza (appena il 6,8% della popolazione). In questo vuoto, è la tecnologia a riempire gli spazi vuoti. La penetrazione dell’IA tra i giovani è massiccia: il 74,2% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni la utilizza, contro un modesto 25,1% degli adulti. Ma è la frequenza a definire la dipendenza: il 30,9% degli adolescenti la usa “tutti i giorni o quasi”.
La società si trova dunque davanti a una generazione in cui l’interazione con l’algoritmo è una routine consolidata per un ragazzo su tre, mentre per molti adulti resta un territorio inesplorato o ostile.
La “protesi emotiva”: perché l’algoritmo batte il professore
Il dato più allarmante per la comunità educante riguarda la qualità della relazione. Al 63,5% degli adolescenti è capitato (spesso o qualche volta) di trovare il confronto con l’IA più soddisfacente di quello con una persona reale, inclusi amici, parenti e insegnanti. Il picco si raggiunge nell’età critica dei 16 anni, dove quasi un ragazzo su quattro (24,4%) preferisce “spesso” la macchina all’uomo.
Le motivazioni espresse dagli intervistati sono un atto d’accusa verso il mondo adulto:
- Disponibilità h24: per il 28,8%, il valore aggiunto è che l’IA “c’è sempre”. Non ha orari di ricevimento, non è stanca, non ha impegni;
- Assenza di giudizio: il 12,4% apprezza esplicitamente il fatto che l’algoritmo “non mi giudica”;
- Segretezza: Il 23,9% ammette di usare l’IA perché “posso dire/chiedere cose che non mi sentirei a mio agio a condividere con i miei amici e la mia famiglia”.
In un sistema scolastico e sociale sempre più performativo, l’IA diventa una “zona franca” dove poter essere fragili senza conseguenze.
Ansia, tristezza e decisioni vitali
L’utilizzo scolastico (ricerche, traduzioni, riassunti) resta prevalente, con una marcata differenza di genere: sono le ragazze a sfruttare maggiormente l’IA per il supporto allo studio. Tuttavia, scavando nei dati, emerge l’uso “terapeutico”.
Il 41,8% degli adolescenti si è rivolto all’intelligenza artificiale in momenti di solitudine, tristezza o ansia. Non solo: il 42,3% ha delegato alla macchina consigli su “scelte importanti” riguardanti relazioni, sentimenti, scuola o lavoro. L’algoritmo, privo di coscienza, viene investito del ruolo di consigliere morale e orientatore, funzioni tradizionalmente appannaggio di genitori e docenti.
I nuovi “compagni” e l’illusione affettiva
Il report segnala un fenomeno emergente che sta passando sotto i radar: l’uso degli AI Companions. Il 9,3% degli adolescenti (contro l’1,3% degli adulti) utilizza app come CharacterAI o Anima, progettate non per fornire risposte, ma per simulare relazioni affettive o amicali.
Siamo oltre l’assistente vocale: questi software imparano a conoscere l’utente, simulano empatia e creano legami di dipendenza. Il rischio, evidenziato anche dal Garante della Privacy, è quello di un isolamento sociale in cui la relazione sintetica, più facile e controllabile, sostituisce la fatica e l’imprevedibilità dei rapporti umani.
Privacy: paure e incoscienza
C’è una contraddizione evidente nel rapporto dei ragazzi con la tecnologia. Da un lato, nutrono timori apocalittici: il 23,3% ha paura che l’IA possa “sfuggire al controllo umano” e ribellarsi. Dall’altro, dimostrano una ingenuità disarmante nell’uso quotidiano. Il 48,4% ha condiviso con i chatbot informazioni della vita reale (nomi, indirizzi, dettagli intimi), trattando le chat come diari segreti. Manca la consapevolezza che “gratis” significa spesso cessione di dati. Inoltre, la facilità d’uso abbassa le difese critiche: l’IA “che capisce e tratta bene” (citata dal 14,5% dei ragazzi) maschera la sua natura di software di profilazione.
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