Lunatic Soul – The World Under Unsun: L’ombra trova la sua forma definitiva :: Le Recensioni di OndaRock
In quasi vent’anni di carriera, Mariusz Duda ha costruito un corpus che sembra vivere in tre dimensioni complementari: l’io pubblico dei Riverside, dove il progressive rock si intreccia a venature heavy e all’idea di climax; l’io privato e rituale dei Lunatic Soul, fatto di respiro interiore, folk trasfigurato e afflati progressivi; e infine il laboratorio timbrico dei lavori elettronici a suo nome, stanza degli specchi in cui esplorare la manipolazione del suono senza dover rendere conto a nessuna ortodossia. Duda lo ammette con lucidità: una parte del pubblico prog chiede innovazione, ma la desidera entro confini rassicuranti, con strumenti e ruoli obbligati. Lunatic Soul nasce anche per sfuggire a quelle liturgie: non il progetto del “bassista dei Riverside”, ma del compositore, libero di cambiare pelle e grammatica a ogni capitolo.
Sono passati cinque anni dall’ultimo episodio del progetto, un lustro attraversato da lutti, rinascite, deviazioni elettroniche e da un ripensamento profondo della propria geografia emotiva. “The World Under Unsun“ arriva dunque in un momento naturale e delicato: è dichiaratamente l’atto conclusivo del cerchio vita–morte–rinascita che ha retto Lunatic Soul fin dall’inizio, ma al tempo stesso un’opera chiamata a rinegoziare il proprio volto alla luce di ciò che Duda è diventato.
Anche il titolo chiarisce l’intenzione. Duda racconta di aver sempre immaginato Lunatic Soul come un ciclo a colori: per la chiusura desiderava il giallo, il deserto, la sabbia, la luce piena. Eppure, se Lunatic Soul è musica notturna, il sole non può che rovesciarsi nel suo contrario: nasce così l’Unsun, un sole negato, eclissato, un bagliore che esiste più come assenza che come presenza. Non un’immagine che illumina, ma un’idea che rende più leggibile l’ombra.
Il capitolo conclusivo sceglie anche una forma controcorrente: oltre novanta minuti, un doppio album che nell’era dello streaming suona quasi come una presa di posizione. Duda rivendica l’ascolto come rituale: non frammenti, non playlist, ma un corpo unico da attraversare con calma. Non è semplice abbondanza: è difesa dell’album come spazio terapeutico, tempo lungo in cui le emozioni possono sedimentare. Sul piano stilistico, l’album conferma la vocazione ibrida dei Lunatic Soul: radici folk e sensibilità progressive filtrate attraverso ambient ed elettronica, rarefazioni e tocchi orchestrali misurati che ampliano l’intensità emotiva senza invaderla.
C’è poi un elemento che chiarisce più di qualsiasi definizione cosa sia diventato Lunatic Soul: la musica non nasce dagli assoli, ma dal disegno del suono. Qui contano ripetizioni, trance, stratificazione progressiva dei livelli. È una logica quasi elettronica, in cui l’introduzione non prepara a un evento, ma coincide con l’evento stesso. Gli assoli tradizionali sono pochi, per scelta; al loro posto c’è il sound design, l’arte di far crescere un paesaggio e di farlo respirare. È anche per questo che la durata funziona: perché l’album lavora per accumulo emotivo, non per colpi di scena.
Pur restando un progetto profondamente personale (Duda firma musiche e testi e suona gran parte degli strumenti), il disco accoglie alcuni contributi mirati che ne ampliano lo spettro emotivo: la batteria essenziale ed espressiva di Wawrzyniec Dramowicz, il sassofono di Marcin Odyniec — capace di insinuarsi nelle trame più sottili — e gli afflati sonori di Mateusz Owczarek. Interventi discreti, mai sopra le righe, ma fondamentali per dare al disco quella dimensione “respirata” che ne definisce il carattere finale.
L’apertura con la title track introduce subito questo equilibrio: penombra acustica ed elettronica tenue, un ingresso senza enfasi, quasi una soglia che si spalanca lentamente. “Loop Of Fate” ne prolunga naturalmente il respiro: basso pulsante, synth in micro-oscillazioni, voce che entra quasi a margine. “The Prophecy” illumina per un attimo la scena con una luce filtrata: un’eco lontana dei Riverside, più un bagliore che un rimando esplicito, subito trattenuta da un arrangiamento che rinuncia alla spinta progressiva per preferire la sospensione.
La vera profondità emotiva arriva quando l’album rallenta. “Mind Obscured, Heart Eclipsed” si deposita come una nebbia: undici minuti che non cercano il picco, ma una tensione sotterranea fatta di dissolvenze e densità controllata, con il sax che entra come una fenditura d’aria. “Monsters” mostra il volto più perturbante: cresce come minaccia silenziosa, sostenuto da timbri che sembrano emergere da una zona d’ombra. “Hands Made Of Lead” porta quel buio su un piano ancora più interiore: droni e correnti sonore scavano spazi profondi senza compiacimento, mentre la voce resta un timbro tra i timbri, bussola più che posa.
La suite “Game Called Life” concede una tregua emotiva: chitarre acustiche, aperture melodiche, un’ipnosi per addizione quasi in spirito Tangerine Dream. “Self In Distorted Glass” deforma poi questo equilibrio: ambient ed elettronica liquide, voce frammentata, struttura come stanza di specchi. Il sigillo conclusivo è “The New End”, pianoforte e sottrazione, un ultimo respiro più che una firma; “Good Memories Don’t Want to Die” ne è il controcampo luminoso, tra archi e ukulele, come un’altra prospettiva sullo stesso sentimento.
“The World Under Unsun” trova la sua forza nella maturità con cui Duda unisce le varie anime del proprio percorso: non un compendio celebrativo, ma una chiusura naturale. Solido e coerente, raggiunge un equilibrio sorprendentemente naturale tra intimità e ricerca timbrica; qualche lentezza non incrina un insieme sostenuto dalla qualità della scrittura. E se questo fosse davvero l’ultimo capitolo, sarebbe anche il più fedele allo spirito del progetto: un battito discreto che continua a vibrare dopo il silenzio, lasciando socchiusa una possibilità – tornare, un giorno, solo tradendo qualche tabù, magari persino quello della chitarra elettrica finora evitata come scelta identitaria.
11/01/2026




