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Reza Pahlavi, il principe in esilio al centro delle ambiguità del futuro iraniano

Il nome di Reza Pahlavi torna a circolare con insistenza mentre l’Iran attraversa una delle fasi più critiche dalla nascita della Repubblica islamica. Le proteste che si estendono dalle periferie alle grandi città, alimentate dal collasso economico, dall’inflazione e dalla crescente repressione politica, hanno riaperto una domanda rimasta a lungo sospesa: chi può incarnare un’alternativa credibile al regime degli ayatollah? In questo vuoto di leadership, la figura del figlio dell’ultimo scià riemerge come simbolo potente e controverso, capace di catalizzare speranze, nostalgie e profonde diffidenze.

Reza Pahlavi non guida le manifestazioni, non le coordina e non è il leader riconosciuto di un movimento strutturato. Eppure il suo nome risuona negli slogan, gira sui social, divide la diaspora e inquieta Teheran. È una presenza politica atipica: lontana fisicamente dal Paese da quasi mezzo secolo, ma sorprendentemente centrale nel dibattito su ciò che potrebbe venire “dopo”.

La storia

Nato a Teheran nel 1960, Pahlavi aveva 17 anni quando lasciò l’Iran alla vigilia della rivoluzione del 1979. Il crollo della monarchia pose fine a una dinastia che per oltre mezzo secolo aveva governato il Paese nel segno della modernizzazione forzata, dell’alleanza con l’Occidente e di un’autorità politica fortemente centralizzata. L’esperienza dello shahismo, ancora oggi, resta uno dei nodi più divisivi della memoria collettiva iraniana: per alcuni sinonimo di stabilità e sviluppo, per altri di repressione, disuguaglianze e subordinazione geopolitica.

Dopo la morte del padre nel 1980, Reza Pahlavi è diventato formalmente il capo della Casa reale in esilio, ma per decenni il suo ruolo è rimasto marginale, confinato agli ambienti monarchici della diaspora. Solo negli ultimi anni, e in modo più marcato durante le attuali proteste, ha scelto di esporsi con maggiore decisione, presentandosi non come aspirante sovrano, ma come possibile figura di transizione. Il messaggio che ripete è calibrato: non una restaurazione monarchica, bensì un percorso che conduca a un referendum popolare sul futuro istituzionale dell’Iran.

È una posizione studiata per intercettare un consenso ampio, ma che non dissolve tutte le ambiguità. Da un lato, Pahlavi si propone come garante di un processo democratico; dall’altro, il suo stesso cognome richiama un passato che molti iraniani, soprattutto tra le generazioni più giovani, conoscono solo indirettamente e guardano con sospetto. Nelle piazze, il suo nome sembra spesso funzionare più come grido di rottura con l’ordine islamico che come progetto politico definito.


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