Cultura

10 Gennaio 2016, 10 Gennaio 2026: sotto lo sguardo di una stella nera

Credit: Roger Woolman, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Dieci anni da quel giorno, e, forse, le parole non servono più. Le abbiamo ascoltate, scritte, sprecate e consumate, fino a renderle fragili, opache, inutili. Le abbiamo, persino, gettate via. Troppe. E allora perché continuare? Perché ostinarsi ancora, quando basterebbe fermarsi davanti a quella stella nera, austera e potentissima, e accettarne l’urgenza? Il suo messaggio non chiede spiegazioni: chiede solo ascolto, solo presenza, solo resa.

“Blackstar” non è un addio nel senso umano del termine. È una soglia eterna. È testimonianza e lascito, materia incandescente che continuerà a risuonare e vibrare anche dopo, anche quando il nostro piccolo Sole si spegnerà per sempre, anche quando l’ultimo essere umano abbandonerà la Terra, disperdendosi e scomparendo nel gelo muto delle galassie. Galassie, alle quali questa musica, in fondo, è sempre appartenuta. Galassie, alle quali David Bowie aveva già consegnato il suo corpo, la sua voce, la sua musica, le sue tante anime inquiete.

Questo disco ha il sapore di un mondo che brucia. Dell’aria che diventa fuoco. Della materia che si consuma, affinché altro possa nascere, e poi consumarsi ancora ed ancora, in un ciclo infinito e indifferente. I semi di ciò che siamo stati — di ciò che abbiamo amato, odiato, sofferto o combattuto — vengono sparsi in un universo vasto e apparentemente vuoto, ma, in realtà, carico di echi, di riverberi, di ritorni, di memorie che non sanno cosa significhi morire.

“Blackstar” potrebbe essere un film mai girato, una visione ancestrale, una nuova religione senza più dogmi e senza bisogno di punizioni e redenzione. Potrebbe essere un viaggio mentale o un esodo di massa verso una terra promessa o un canto cosmico. Ma potrebbe essere anche una nuova peste, estremamente dolorosa e letale. O, forse, è solo un cuore che ritorna a pulsare, dopo un tempo infinito di immobilità. Un cuore rimasto fermo, silenzioso ed esanime, intrappolato in un magnifico tempio greco, tra le strade di un’Atlantide contorta, piegata, bruciata da un fuoco nucleare, crudele, abietto e perverso.

Bowie non poteva rivelarci tutto. Non doveva. Alcune cose non si spiegano con le parole — nemmeno quando quelle parole vengono cantate, nemmeno quando la musica le sublima, nemmeno quando le luci dello spettacolo le rendono splendide, fantastiche ed accattivanti. Alcune cose vanno perdute. Devi dire loro addio. Devi soffrirne la mancanza, quella mancanza feroce, micidiale, disgustosa, asfissiante ed incontrollabile che ti svuota. Devi accompagnarle verso la notte.

Solo così, forse, quando le avrai davvero comprese, accettate ed assorbite, le ritroverai. E le rivedrai nella medesima notte. Sotto lo sguardo severo, lucido e immortale di una stella nera.


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