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Eli Keszler – Eli Keszler: Tra Badalamenti e Bristol :: Le Recensioni di OndaRock

Avventurarsi nei meandri della già nutrita discografia di Eli Keszler significa fare i conti con un costante senso di stupore, smarrire il baricentro e ritrovarlo a cavallo di un improvviso tratteggio ritmico, sbucato fuori dal nulla. Significa trovarsi all’inizio di una lunga traversata improvvisata e poi abbandonarsi a placidi quadretti d’ambiente, prendere la strada del jazz più eversivo e poi tornare con tutto il fragore del caso verso amate cornici elettroacustiche.
Cosa aspettarsi dunque da un disco omonimo, pubblicato dopo quasi vent’anni di carriera? Ancora una volta il percussionista, compositore e sound-artist di stanza a New York compie un altro inatteso scarto di lato, e pur dirigendo il suo estro verso le forme più jazz della propria creatività, le ricopre di un’aura cinematografica finora inedita. Noir come da migliore derivazione lynchiana, pieno di contributi vocali a spingerne gli sforzi verso inusitate forme “pop”, “Eli Keszler” si rivela un affare fosco, fumoso, dalle impeccabili tessiture atmosferiche, strutturate con curiosa attitudine narrativa. Perché oltre la cortina si cela un’anima tutta da scoprire.

All’evanescenza di diverse prove precedenti Keszler qui si dota di una macchina del fumo, dà pieno sfogo al suo lato più cinematico, descrivendo spazi di elegante decadenza (le derive acide di “Wild Wild West”, appena infuse di chitarre à-la Chris Isaak), proponendo anche inconsuete fughe oniriche, alla volta di un mistero da decifrare (“When I Sleep”, la voce appena intelligibile sotto i fili di batteria e le coltri di 404). Tutto acquisisce corpo, anche quando si tratta di fantasmi, di percezioni interiori: con l’aiuto della sua competenza alle percussioni, anche i momenti più perturbanti assumono una concretezza nuova, uno spessore che dota di forma gli incubi, il buio più fondo.
Sopra un ostinato dalle fattezze drum’n’bass “Ever Shrinking World” dà voce a un’ossessione che diventa man mano più opprimente, il frutto di un’alienazione che si impadronisce del protagonista senza alcun dispendio di ugola. Se il rumore sopraggiunge, viene comunque fronteggiato come una nuova visione, una direzione da poter percorrere: sopra lenti battiti bristoliani, un po’ Goldfrapp un po’ Hooverphonic, “Low Love” è la condensazione di un’angoscia tutta da dominare, una minaccia stemperata grazie a un muro d’archi.

Tra soli che non bruciano (l’esperimento elettroacustico di “Sun”) e potenziali aperture cosmiche (l’apertura di “Stay”) la voce di Sofie Royer è il centro di gravità che anche quando è assente condiziona l’andamento del disco intero. Sospesa in un regno di mezzo che guarda sia a Julee Cruise che a Victoria Legrand, l’interprete esplicita perfettamente il senso di inquietudine celato nei brani, l’ambiguità di scenari che non desiderano soluzioni, quanto piuttosto esser lasciati liberi di rappresentarsi, di mettere in mostra la loro complessità. E così Eli Keszler governa i suoi tormenti creativi, procurandogli tutto il dubbio e la propulsione che gli serve, mostrando nel processo un’affinata sensibilità compositiva. Come dare nuova vita al noir, raccontando un po’ anche di sé.

10/01/2026




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