Strage di Crans Montana, l’addio di Genova a Emanuele Galeppini: “Vogliamo giustizia”
Avremo giustizia, e la avremo presto». Edoardo Galeppini ha appena dato l’ultimo saluto a suo figlio Emanuele, la sesta vittima italiana della tragedia di Crans-Montana, e la forza per sperare nonostante tutto la trova nell’abbraccio di una città. I funerali del sedicenne genovese morto nella notte di Capodanno avrebbero dovuto essere una cerimonia per pochi, esequie in forma privata, così almeno li avevano chiesti in famiglia. La chiesa parrocchiale di San Antonio, invece, mentre fuori lo scirocco spazza il mare di Boccadasse, all’interno si riempie in ogni angolo. Stracolma, tra i muri di rose bianche a stringere la bara di legno chiaro, in piedi lungo le navate le facce smarrite di ragazzi di tutte le età. Tra le corone di fiori quelle firmate dal Genoa, dal golf club di Rapallo e dallo sci club di Crans-Montana. A riassumere le passioni e il dramma di una vita finita «troppo presto», — si commuove dall’altare l’arcivescovo di Genova, Marco Tasca — «un’interruzione di sogni che ci deve però spingere a ricercare un senso, e chiedere con fiducia che la giustizia faccia il suo corso».
È del resto un «profondo senso di ingiustizia per quello che è successo», c’è chi prova a spiegarsi quasi incredulo tra gli amici di Emanuele, a portare tanti genovesi a salutare un figlio cresciuto lontano. Non solo i parenti e la comunità degli affetti più stretti, «unitissimi» — si descrivono tra cugini — anche dopo il trasferimento a Dubai della famiglia Galeppini, quasi 15 anni fa. Tra le panche siede anche la meglio gioventù del golf regionale, ad esempio: giovani e giovanissimi compagni di green. Molti studenti dei licei della città, amici di famiglia e non solo. Un mazzo di rose lasciato da «Gli amici di sempre». E nel registro delle condoglianze, tra poesie, ricordi e cuoricini, quasi una protesta: «Ci mancherai Ema, ma perché?».
«Ema per me eri tutto, il mio esempio, continuerò a giocare a golf per te, sarai sempre il mio migliore amico», legge la sua intenzione dallo smartphone il fratellino di Emanuele, quasi senza arrivare al microfono del leggio. La madre Beatrice ad ascoltarlo in lacrime sulla prima panca, silente, e subito dietro le istituzioni in rappresentanza della città, dal presidente della Regione Marco Bucci alla sindaca Silvia Salis. «Ti immagino a giocare in cielo, mentre entri in un campo bellissimo, dove la palla va sempre dritta e sempre lunga», si lascia andare con voce rotta dall’emozione lo zio Sebastiano, ennesimo golfista di una famiglia di appassionati della disciplina, tra i quali la giovane vittima di Capodanno era il più talentuoso: «un esempio per educazione, regole, cura per gli altri». «Ti affido la mamma, il papà e tuo fratello: — è la preghiera della nonna — allevia il loro dolore così grande e fai che trovino un po’ di conforto ora che il loro cuore è diviso tra cielo e terra».
Sulla terra, per ora, rimangono tutto il dolore della perdita, i ricordi di una famiglia e una richiesta prima di ogni altra cosa. «Vogliamo capire come è morto nostro figlio», chiedono da giorni Edoardo e Beatrice Galeppini. «Se era dentro il locale, se era fuori, se è morto intossicato dai gas dell’incendio»: quello cioè che nei giorni interminabili dell’attesa per avere la certezza della morte di Emanuele nessuno ha saputo dire loro. A certificarlo, oltre agli atti a cui ieri ha fatto richiesta di accesso l’avvocato della famiglia, Alessandro Vaccaro, e all’incontro con il procuratore generale di Sion chiesto per i prossimi giorni, sarà l’autopsia disposta dalla Procura di Genova su input di quella di Roma, che ieri ha aperto un fascicolo sulla morte di tutte e sei le vittime italiane della strage del Constellation proprio nelle ore dell’ultimo saluto all’ultima di loro. L’intenzione dei genitori è quella di portare le ceneri di Emanuele a Dubai, a casa. Ma ancora per qualche giorno, «massimo una settimana» — è l’auspicio — la salma dovrà restare a Genova, nelle camere mortuarie dell’ospedale San Martino.
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