Società

Il prof di Giovanni Tamburi: “Era un bel tipo. Adesso il dramma è per chi deve continuare”

Aveva sedici anni ed era in vacanza con amici a Crans-Montana, sulle Alpi svizzere. In quella notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio, una slavina ha travolto il gruppo durante un’escursione fuori pista. Giovanni Tamburi non è sopravvissuto. Era studente del liceo Righi di Bologna. A scuola lo conoscevano bene. Non tanto per quanto parlava, ma per come.

Giovanni parlava poco, ma quando lo faceva, nessuno restava distratto. Chi lo ha conosciuto in classe lo descrive così: non cercava di imporsi, eppure sapeva farsi ascoltare. Don Vincenzo Passarelli, che gli ha insegnato religione al liceo Righi di Bologna, racconta le sue lezioni come spazi aperti al confronto. Giovanni, quando interveniva, lasciava sempre qualcosa. Non si trattava di opinioni comuni, ma di parole scelte con cura, pensate fino in fondo.

Secondo il docente, non era solo una questione di contenuto, ma di presenza. “Era proprio un bel tipo”, dice all’ANSA, ricordando quel suo modo di sorridere, mai banale, sempre misurato. Tra i ragazzi che partecipavano con maggiore originalità alle lezioni, Giovanni spiccava.

A Bologna, nella chiesa di Sant’Isaia, questa sera ci sarà un rosario. Compagni, amici, insegnanti, si ritroveranno insieme. Qualcuno ha voluto che ci fosse questo momento, per tenere un filo, per non perdersi del tutto. Lo ha organizzato una docente, con l’idea che pregare insieme potesse essere un modo per non lasciare che il dolore restasse muto.

Il sacerdote ha scritto anche al padre di Giovanni, che si trova in Svizzera, con cui aveva avuto occasione di parlare in passato. Una lettera per fargli sapere che il pensiero della scuola era lì, vicino, anche da lontano. La risposta è arrivata in poche parole: un ringraziamento per le preghiere.

Don Passarelli riflette su chi resta. Parla di un dolore che spetta ai vivi. “Il dramma – dice all’ANSA – è qui. Per chi deve continuare”. I genitori, gli amici, i ragazzi che hanno la stessa età di Giovanni. Alcuni, confessa, non riescono nemmeno a nominarlo. E forse, più che per Giovanni, è a loro che serve pregare ora. Non per cercare risposte, ma per non lasciarli soli nel momento in cui tutto sembra ingiusto.


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