Storia del rock – Tulipani elettrici
“La bicicletta bianca è libera”
Manifesto Provo, Witte Fietsenplan, Amsterdam 1965.
Quando si pensa alla rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta, le prime città che vengono in mente sono quasi sempre le stesse: la Swinging London con i suoi Beatles, gli Who e i club pieni di mod in Vespa; oppure la San Francisco dei Jefferson Airplane, delle comuni e dell’Lsd versato nei parchi pubblici. Eppure, lontano dai riflettori della cultura anglofona, c’è stata un’altra scena, più nascosta ma non meno vibrante: quella olandese. Un piccolo paese in piena trasformazione culturale, capace di assorbire in tempo reale le onde sonore e ideologiche che arrivavano dall’esterno e di restituirle in una forma tutta sua — visionaria, spigolosa, a volte malinconica.
All’inizio del decennio, l’Olanda era ancora una nazione profondamente calvinista, borghese, ordinata. Ma in pochi anni qualcosa si incrina. Amsterdam inizia a brulicare di giovani che reclamano libertà e immaginazione: in piazza Spui compaiono figure stravaganti che dipingono biciclette di bianco, distribuiscono mele ai passanti e sfidano con ironia l’ordine costituito. Nasce il movimento Provo, dal verbo olandese provoceren (provocare): un collettivo fluido di artisti, anarchici e sognatori che usa azioni nonviolente e performance urbane per mettere in crisi l’autorità e risvegliare la città. Non a caso, uno dei fondatori Roel van Duijn chiarirà in seguito che “Provo non era un’organizzazione, ma uno stato mentale”. Le loro iniziative — i celebri happenings — mescolano vita quotidiana, arte e provocazione in un carnevale anarchico privo di rigide ideologie. Le biciclette bianche, disseminate per le strade come gesto simbolico contro il dominio delle automobili, diventano l’icona di questa ribellione poetica. È un ’68 anticipato, arrivato ad Amsterdam con qualche anno di anticipo. Questo spirito libero si diffonde rapidamente. Tra il 1965 e il 1967 i giovani stravolgono le abitudini di un paese tradizionalmente sobrio e conservatore: costumi sessuali più liberi, capelloni hippie nei caffè, nuove sostanze che accompagnano una diffusa apertura mentale. Studenti e ragazzi comuni si mobilitano in proteste pacifiste e contestazioni studentesche, rifiutando le vecchie regole imposte da famiglia, chiesa e Stato. Amsterdam guadagna presto la reputazione di città dove “tutto è possibile e (quasi) tutto è permesso”, diventando un polo di attrazione per una gioventù europea in cerca di libertà e sperimentazione.
In questo clima nasce anche un luogo destinato a diventare simbolico: il Paradiso, inaugurato nel 1968 in una chiesa sconsacrata. Qui è normale vedere ragazzi seduti per terra, tra spinelli, murales e light show improvvisati. “Eravamo tutti aperti e spontanei, c’era una sorta di atmosfera da salotto”, ricorderà uno dei fondatori. Insieme ad altri spazi culturali e comunitari, il Paradiso contribuisce a definire Amsterdam come Magisch Centrum, espressione che letteralmente significa “centro magico”. Il termine nasce per descrivere la sensazione, diffusa nella seconda metà degli anni Sessanta, di una città capace di attrarre e concentrare energie creative, controculture e sperimentazioni sociali in un perimetro urbano percepito come aperto e accogliente. Non un’istituzione né un movimento organizzato, ma l’idea condivisa di Amsterdam come laboratorio permanente di libertà, dove musica, arte e vita quotidiana si intrecciano senza barriere rigide. È in questo contesto che la capitale olandese si afferma come uno dei cuori della flower power europea.
In questo scenario vibrante, la musica rock diventa il linguaggio naturale con cui la gioventù esprime sogni e inquietudini. Il boom del beat olandese — ribattezzato nederbeat — esplode sospinto dall’eco della British Invasion. Quando i Beatles sbarcano a Blokker nel 1964 e i Rolling Stones infiammano Scheveningen con un concerto tumultuoso, migliaia di ragazzi scoprono una nuova febbre. In ogni città nascono band di adolescenti con chitarre scordate e voglia di urlare al mondo la propria ribellione. L’Aia diventa la “Liverpool dei Paesi Bassi”, fucina di complessi beat e garage-rock che animano i club sul mare, mentre Amsterdam risponde con gruppi più ruvidi e viscerali nei locali del Jordaan. Inizialmente questi complessini imitano i modelli inglesi, ma presto il suono evolve insieme al clima culturale. Il vento psichedelico del 1967 soffia anche nei Paesi Bassi: nelle mansarde compaiono sitar e organi Farfisa, i testi si fanno surreali, i concerti diventano veri e propri happenings visivi. La sera d’apertura del Paradiso, nel marzo 1968, è già leggenda: oltre mille ragazzi assistono a uno spettacolo di luci in grado di espandere la mente e togliere il fiato, tra folk-rock e sonorità acid. Ma la scena olandese non si limita a importare modelli anglofoni. Accanto al beat e alla psichedelia, alcuni artisti iniziano a innestare elementi della tradizione locale, in particolare il kleinkunst: una forma di canzone d’autore legata al cabaret e alla centralità del testo, che offre alla lingua neerlandese uno spazio espressivo fino ad allora marginale nel pop. È in questa zona di confine che nasce una delle specificità più interessanti del panorama olandese.
La colonna sonora di quell’epoca è un mosaico ricchissimo. Al centro c’è Boudewijn de Groot, cantautore simbolo di una generazione, che porta nella lingua olandese una nuova dignità poetica attraverso arrangiamenti barocchi e una psichedelia lieve. Attorno a lui si muove una scena in fermento: i Golden Earring guardano già oltre, mentre Outsiders e Q65 infiammano le cantine con un garage selvaggio e viscerale. Gli Shocking Blue conquistano il mondo con “Venus”, fondendo la lezione psichedelica con un pop immediato, e i Motions aprono la strada traducendo il beat britannico in un linguaggio locale più ambizioso.
I Group 1850 spingono la psichedelia verso territori più visionari, tra jam acide, misticismo e strutture free-form. Ma la scena olandese ha anche un volto più introspettivo: la voce teatrale di Liesbeth List e le miniature baroque-pop dei Ro-d-Ys costruiscono un ponte tra chanson e psichedelia leggera. Sul fronte opposto, il blues elettrico prende forma con Cuby + Blizzards e Livin’ Blues, che reinterpretano il verbo del delta blues in chiave ruvida e nordica.
Tutte queste anime — cantautorato colto, beat viscerale, pop orchestrale e blues urbano — convivono e si contaminano in una scena piccola ma intensissima, dando vita a un’identità musicale autonoma e sorprendente. E al centro resta sempre Amsterdam, il Magisch Centrum, dove l’acqua dei canali riflette sogni, rivoluzioni e visioni amplificate.
In questo viaggio quindici dischi raccontano il volto musicale di una stagione breve ma densissima. Dalle cantine beat dell’Aia alle visioni psichedeliche dei club di Amsterdam, dalle raffinatezze barocche al blues più ruvido, questa selezione non vuole essere una classifica, ma una mappa d’ascolto: quindici punti cardinali per orientarsi tra suoni dimenticati, visioni acide e melodie inaspettate.
The Motions – “Introduction to the Motions” (1965)
Generi: rock psichedelico, nederbeat
Con “Introduction To The Motions”, il nederbeat prende ufficialmente il via. Trainato dalla voce limpida di Rudy Bennett e dalla penna di Robbie van Leeuwen (futuro leader degli Shocking Blue), l’album fonde l’energia della British Invasion con un senso melodico già maturo. Il disco contiene “It’s Gone”, primo singolo beat interamente prodotto in Olanda a entrare in classifica: un punto di svolta per il pop locale. Musicalmente, il sound è in bilico tra merseybeat e mod rock, con episodi più scatenati alternati a ballate malinconiche come “For Another Man”. “Wasted Words” è un brano di protesta civile ed è infatti uno dei rarissimi brani olandesi dell’epoca a citare Martin Luther King. Gli arrangiamenti sono asciutti ma curati, con inserti di organo e chitarre acustiche che anticipano lievi influssi barocchi. L’approccio resta fedele al pop beat più autentico, senza scadere nella semplice imitazione. “Introduction” segna una tappa decisiva per il rock olandese: un debutto coeso e ispirato, che dimostra come la scena locale sia ormai pronta a camminare con le proprie gambe.
Boudewijn de Groot – “Voor de overlevenden” (1966)
Generi: folk rock, kleinkunst, singer-songwriter, pop barocco
“Voor de overlevenden” è l’album che inaugura la canzone d’autore in lingua olandese. È infatti il primo disco pop a conferirle una piena dignità poetica e musicale, grazie ai testi colti e visionari di Lennaert Nijgh e a una tavolozza che fonde folk, baroque pop e suggestioni psichedeliche. Il brano simbolo, “Het land van Maas en Waal”, con i suoi fiati circensi e cambi di tempo, è una sorta di “Penny Lane” in salsa olandese, e diventa nel 1967 il primo singolo cantato in olandese a raggiungere il primo posto in classifica. Altri momenti toccanti come “Testament” e “Verdronken vlinder” rivelano un’inedita profondità emotiva, tra elegia acustica e satira esistenziale. Raffinato, malinconico e sognante, il disco accompagna la generazione beat olandese verso una maturità musicale. Premiato con l’Edison – il più prestigioso riconoscimento musicale nei Paesi Bassi, equivalente locale del Grammy – e diventato disco di platino, resta oggi una delle pietre miliari della scena olandese.
Q65 – “Revolution” (1966)
Generi: garage rock, british rhythm & blues, nederbeat
Direttamente dall’Aia, i Q65 irrompono sulla scena olandese con “Revolution”, uno dei dischi più ruvidi e viscerali del nederbeat. Rispetto ai colleghi più psichedelici o melodici, il gruppo guidato da Willem Bieler e Joop Roelofs affonda le radici nel rhythm’n’blues più fangoso, in un mix esplosivo di energia garage e selvaggia tensione blues. “Revolution” suona come un disco live: le chitarre sono secche, i tempi martellanti, la voce roca e sporca, priva di orpelli. Nessun virtuosismo, ma una furia istintiva che richiama i Pretty Things e i primi Them, con echi di Howlin’ Wolf nei ruggiti di Bieler. L’album alterna brani originali e cover di Otis Redding, Allen Toussaint e Willie Dixon, interpretate con un’urgenza quasi punk. Sul piano strumentale l’album è sorprendentemente ricco: oltre alla classica formazione chitarra-basso-batteria, si ascoltano fiati, armonica a bocca, ocarina e persino sax e flauto. Questo conferisce a certi brani un tocco quasi jazz blues. “Revolution” è il lato più crudo del beat olandese: un pugno allo stomaco, ancora oggi pieno di elettricità.
Cuby + Blizzards – “Groeten uit Grollo” (1967)
Generi: blues rock
Inciso in un anonimo villaggio della Drenthe, “Groeten uit Grollo” è uno dei manifesti più autentici del blues olandese. L’atmosfera è ruvida e crepuscolare, tra paesaggi nebbiosi e solitudine rurale, con la voce roca di Harry Muskee a guidare il viaggio emotivo. Accanto a lui, la chitarra di Eelco Gelling scolpisce assoli tesi e profondi, mentre al piano debutta un giovane Herman Brood: sarà il primo passo di una carriera leggendaria che lo porterà a diventare la più iconica rockstar dei Paesi Bassi. Brani come “Another Day, Another Road” e “Somebody Will Know Someday” mostrano una maturità sorprendente, fondata su dodici battute rilette in chiave scarna e malinconica, con il tono ombroso tipico del nord Europa. All’epoca accolto bene dalla critica ma ignorato dalle classifiche, l’album ha guadagnato col tempo lo status di classico assoluto: pietra miliare della scena nederblues, viene oggi considerato uno dei dischi più importanti della musica olandese. Un blues gelido e viscerale, nato lontano dai riflettori ma destinato a lasciare un segno profondo.
The Outsiders – “CQ” (1968)
Generi: rock psichedelico, garage rock, nederbeat
“CQ” è il testamento artistico degli Outsiders, band garage-beat capitanata da Wally Tax, figura carismatica e inquieta della scena olandese. Ignorato all’epoca dal pubblico e dalla stessa etichetta, l’album fu un fallimento commerciale e segnò la fine prematura del gruppo. Ma col tempo è stato riscoperto come uno dei massimi capolavori del rock psichedelico europeo e una pietra miliare del nederbeat più sperimentale. “CQ” – abbreviazione del codice radio usato per “sto ascoltando” – è un lavoro coeso, oscuro e visionario, permeato da un senso costante di inquietudine. Brani come “Misfit”, “Daddy Died on Saturday” o “Prison Song” mescolano garage rock aggressivo, strutture atipiche, narrazioni oblique e spunti acidi, mentre la voce febbrile di Tax attraversa atmosfere spigolose e allucinate, spesso trattata con eco e riverbero. Nonostante le influenze da Stones, Pretty Things e primi Pink Floyd, il suono resta personalissimo, alterna scatti surf rock, inserti di clavicembalo, armonica e flauto, aperture acustiche e chiusure lisergiche, in un mosaico psichedelico cangiante, anticipando sonorità proto-punk, folk visionario e space rock.
Liesbeth List – “Pastorale” (1968)
Generi: pop barocco, kleinkunst, folk psichedelico
Tra i dischi più singolari della scena olandese anni Sessanta, “Pastorale” propone una sintesi tra chanson teatrale, kleinkunst, pop orchestrale e suggestioni psichedeliche. L’album è costruito attorno alla voce intensa e controllata di Liesbeth List, già interprete di Brel e Ferré, affiancata da arrangiamenti ricchi diretti da Bert Paige. Il brano simbolo è “Pastorale”, scritto da Lennaert Nijgh e Boudewijn de Groot: un duetto con Ramses Shaffy – attore, chansonnier e figura centrale della bohème amsterdamese – in cui Sole e Terra dialogano all’interno di un’allegoria psichedelica, tra orchestrazioni fluide e immaginario flower power. Il disco alterna brani in francese e in olandese, con testi colti e immaginifici. Rispetto alla scena beat e rock dell’epoca, “Pastorale” si muove su un terreno di pop adulto e teatrale, poco frequentato ma ben riconoscibile. Il singolo ebbe un grande successo (terzo posto in classifica) e l’album ottenne il disco d’oro, restando un classico intramontabile del pop olandese colto.
Group 1850 – “Agemo’s Trip to Mother Earth” (1968)
Generi: rock psichedelico
“Agemo’s Trip To Mother Earth” è il primo concept album nella storia del pop olandese e uno dei primi esempi pienamente maturi di album psichedelico concepito come opera unitaria, sviluppato in parallelo alle più avanzate sperimentazioni coeve della scena internazionale, come S.F. Sorrow. Realizzato con testi poetici scritti e recitati in collaborazione con il poeta Hans Wesseling, il disco dei Group 1850 fonde rock acido, elettronica artigianale, atmosfere cosmiche e canti gregoriani in un’esperienza sonora radicale, segnata da continui cambi di tempo e di ritmo. Brani come “I Put My Hand On Your Shoulder” — tredici minuti tra assoli, cori liturgici e narrazioni lisergiche — e “Refound”, quasi barrettiano nel suo incedere obliquo, abbandonano ogni forma convenzionale per esplorare territori ancora poco battuti. L’uso di loop di nastro, voci distorte, fiati improvvisi e improvvisazioni libere richiama i Pink Floyd più estremi, ma con un carattere mitteleuropeo ben riconoscibile. Nonostante l’audacia, il disco ottenne un buon riscontro in patria e viene oggi considerato uno dei vertici della psichedelia olandese.
Boudewijn de Groot – “Picknick” (1968)
Generi: pop psichedelico, pop barocco, kleinkunst
“Picknick” è il disco in cui Boudewijn de Groot abbraccia pienamente la psichedelia, dando voce a un’epoca di sogni lisergici e rivoluzioni gentili. È un’opera ispirata al flower power e ai Beatles di “Sgt. Pepper”, dove arrangiamenti orchestrali barocchi si fondono a testi surreali e onirici scritti da Lennaert Nijgh. È un disco che spinge la lingua olandese verso nuove vette espressive, tra folk lisergico, pop d’autore e sperimentazioni visionarie. Il singolo “Prikkebeen” – un duetto fiabesco con Elly Nieman – ottenne grande successo, così come la title track “Picknick” e la suite finale “De Tuin der Lusten”, ispirata all’omonimo trittico di Hieronymus Bosch. L’album è impreziosito da una copertina firmata dal collettivo psichedelico The Fool, già collaboratori dei Beatles, e rimane ancora oggi un pilastro del pop olandese anni Sessanta. Tra surrealismo, malinconia e immaginazione, “Picknick” è il diario acido di un’epoca, il manifesto più colorato e ambizioso della fase hippie di de Groot.
Golden Earring – “Eight Miles High” (1969)
Generi: hard rock, heavy psych
Attivi dai primi anni Sessanta, i Golden Earring completano la loro metamorfosi con “Eight Miles High”: dalle radici beat e psichedeliche degli esordi al rock più libero e muscolare. Registrato in appena cinque giorni agli Olympic Studios di Londra, il disco è un esperimento spiazzante: quattro brani originali densi e visionari affiancano una lunghissima rilettura del classico dei Byrds, trasformato in una jam acida da diciannove minuti. È un trip senza freni tra assolo di chitarra, basso e batteria, sospeso tra improvvisazione e trance. L’album, premiato con il disco d’oro sia in Olanda che in Germania, segna uno spartiacque nella scena olandese: apre ai suoni dell’hard rock e della psichedelia cosmica in un contesto fino ad allora legato al beat. Questo esperimento aperto a lunghi assolo e a strutture complesse anticipa i successi della band nei primi anni Settanta, che li vedranno raggiungere un successo assoluto in Olanda e non solo, culminato nel monumentale album “Moontan” (1973), trainato dal singolo “Radar Love”. “Eight Miles High” resta un punto di svolta: nervoso, libero, ambizioso.
Shocking Blue – “At Home” (1969)
Generi: pop psichedelico
Con “At Home” gli Shocking Blue firmano il primo autentico successo planetario della musica olandese. L’album fonde la psichedelia West Coast con il pop europeo, mantenendo un approccio conciso e immediato da bubblegum psych, ricco di melodie contagiose. Al centro c’è “Venus”, trascinata dalla voce magnetica di Mariska Veres e da un riff micidiale: è la prima canzone di una band olandese a raggiungere il primo posto negli Stati Uniti. Il resto del disco alterna pop psichedelico, ballate acide e suggestioni orientali, come nell’ipnotica “Love Buzz”, impreziosita da un sitar inquieto e pulsante. Proprio questo brano verrà ripreso nel 1988 dai Nirvana per il loro primo singolo, ma l’originale resta una gemma insuperata: sensuale, stratificata, misteriosa. Merito anche di Robbie van Leeuwen, mente creativa del gruppo, autore e arrangiatore di tutti i brani. Mariska – voce profonda e look iconico (occhi bistrati, capelli corvini) – non è solo interprete, ma volto simbolico di un’estetica che unisce psichedelia, eleganza pop e spirito cosmopolita. “At Home” resta il manifesto più luminoso di quella miscela.
Livin’ Blues – “Hell’s Session” (1969)
Generi: blues rock
I Livin’ Blues entrano nella scena olandese con un debutto che lascia il segno: “Hell’s Session” è un concentrato di blues elettrico viscerale, tra i più potenti prodotti in Europa alla fine degli anni Sessanta. Registrato in soli tre giorni, l’album alterna standard americani rivisitati – da B.B. King a Willie Dixon – a composizioni originali come la graffiante “Black Panther”. A colpire è l’energia compatta della band: la voce aspra di Nicko Christiansen, l’armonica pulsante di John Lagrand e le chitarre torride di Ted Oberg scolpiscono un suono sporco, diretto, senza fronzoli. Brani come “Big Road Blues” e “Worried Dreams” mostrano un’intensità rara, sospesa tra il rispetto per il blues del Delta e la furia british blues. A differenza delle derive psichedeliche coeve, “Hell’s Session” resta ancorato alla tradizione afroamericana, ma lo fa con muscoli europei. Il disco fu ben accolto dalla critica e consacrò la band tra i grandi del nederblues, alla pari con i Cuby + Blizzards. Il successo fu tale da spingere il gruppo verso tour internazionali e un seguito crescente anche in Germania e nell’Europa dell’Est.
Cuby + Blizzards – “Appleknockers Flophouse” (1969)
Generi: blues rock, hard rock, rock psichedelico
Se “Groeten uit Grollo” aveva consacrato i Cuby + Blizzards come alfieri del blues europeo, “Appleknockers Flophouse” ne rivela il lato più elettrico, saturo e nervoso. Pubblicato nel 1969, segna un’evoluzione netta verso un blues rock più ruvido, lasciandosi alle spalle le venature folk e malinconiche del passato. L’album ruota attorno alla title track, divenuta uno dei brani più celebri della band: una cavalcata beffarda e ossessiva, con riff di slide e groove serrato, che cattura perfettamente l’energia live del gruppo. Il suono è più asciutto e compatto, con meno spazio agli arrangiamenti complessi e maggiore enfasi sulla potenza strumentale: chitarre graffianti, ritmi incalzanti, atmosfere più urbane che rurali. In questo disco i Blizzards si spingono verso territori che flirtano con l’hard blues e una psichedelia leggera. È anche l’ultimo album con Herman Brood alle tastiere prima del suo addio: una chiusura bruciante di un’epoca. “Appleknockers Flophouse” resta il loro ultimo grande album in studio, il punto d’arrivo di una stagione irripetibile.
Brainbox – “Brainbox” (1969)
Generi: rock progressivo, rock psichedelico
“Brainbox” è il sorprendente esordio dell’omonima band olandese, capace di fondere blues, psichedelia e proto-prog in una formula personale e dirompente. Protagonista assoluto è Jan Akkerman, chitarrista virtuoso e visionario, che in seguito fonderà i leggendari Focus, diventando uno dei più grandi chitarristi europei: il suo stile, già maturo, unisce tecnica sopraffina, gusto melodico e una notevole varietà timbrica. Accanto a lui, la voce potente e abrasiva di Kaz Lux – una delle più riconoscibili della scena olandese – dà anima a brani intensi come “Dark Rose”, “Between Alpha and Omega” e “Summertime”, tra assoli distorti e atmosfere liquide. L’album alterna brani originali a cover rivisitate con piglio creativo e si chiude con l’ambiziosa “Sea of Delight”, una suite strumentale di diciassette minuti che esplora territori psichedelici e improvvisativi, anticipando le future derive progressive. Rispetto al blues canonico, “Brainbox” osa con strutture libere, cambi di tempo, organi, flauti e lunghi passaggi strumentali.
Sandy Coast – “Shipwreck” (1969)
Generi: rock progressivo, rock psichedelico, pop barocco, nederbeat
Costruito attorno a una lunga suite di oltre tredici minuti, “Shipwreck” rappresenta il tentativo più audace dei Sandy Coast di spingersi oltre i confini del beat melodico. La composizione si articola in più sezioni, alternando passaggi corali, aperture orchestrali e momenti più rarefatti, in un equilibrio instabile tra pop psichedelico e primi tentativi di narrazione progressiva, senza però abbandonare del tutto una scrittura melodica accessibile.
Il resto del disco mostra una band divisa tra continuità e sperimentazione: brani come “I May Happily Forget” e “North Canadian Paradise” conservano una forma-canzone più tradizionale, mentre “Blue Blackman’s Blues” introduce un tono più nervoso e bluesy. Spicca anche una rilettura di “Eleanor Rigby”, riletta in chiave più orchestrale e psichedelica. “Shipwreck” non replicò il successo commerciale dei lavori precedenti, ma resta una testimonianza significativa della fase di transizione del nederbeat verso forme più complesse e concettuali.
Group 1850 – “Paradise Now” (1969)
Generi: rock psichedelico
Con “Paradise Now” i Group 1850 spingono la psichedelia olandese verso i suoi confini più estremi. Rispetto al precedente “Agemo’s Trip To Mother Earth”, questo disco risulta meno fiabesco e più coerente dal punto di vista musicale, pur mantenendo atmosfere molto sperimentali. Il suono è spaziale e onirico: chitarre riverberate, tastiere ascendenti e ritmi complessi dialogano in lunghe jam montate in brani ben definiti. L’album si apre con arrangiamenti psichedelici intensi – voci distorte, wah-wah acidi, organo ipnotico e bassi pulsanti. In particolare la traccia “Friday I’m Free” è un archetipo di canzone psichedelica di fine anni Sessanta. Anche il lungo strumentale “?!” trascina l’ascoltatore in un viaggio lisergico dominato dall’organo, mentre la conclusiva “Purple Sky” (circa undici minuti) rende omaggio al rock blues psichedelico di Hendrix in chiave olandese. L’accoglienza fu entusiastica: “Paradise Now” ricevette ottime recensioni e fu uno degli album olandesi più venduti del periodo, fatto sorprendente per un lavoro così complesso.
04/01/2026




