Calabria

Reggio, privilegi e favori per i detenuti con il placet delle ’ndrine di Archi

Detenuto a Reggio per un paio di settimane – ed esattamente «dal 4 al 20 luglio 2018» come ha fatto mettere a verbale nell’interrogatorio reso il 30 ottobre 2025 davanti ai magistrati della Procura di Reggio – il collaboratore di giustizia Mario Chindemi, un passato da partecipe delle ’ndrine che operavano a Gallico, racconta tutte le dinamiche vissute nel carcere “San Pietro”. Anche quando c’era da “ritardare” il trasferimento in altri istituti penitenziari lontani dalle proprie famiglie. Per Mario Chindemi tutto passava dal placet dei vertici delle cosche di Archi, le stesse persone che in quel periodo si trovavano in regime di detenzione, rafforzando il quadro d’accusa sostenuto nel processo che si sta celebrando in Tribunale a carico dell’ex direttrice, Maria Carmela Longo.
Sullo specifico tema al pubblico ministero Margherita Saccà ha dichiarato: «Anche i trasferimenti in altre carceri venivano coordinati dalle cosche che comandavano nel carcere e, quindi, in media si partiva maggiormente e con più frequenza dalla sezione sud anziché da quella nord, perchè loro intendo gli appartenenti alle cosche decidevano così e ovviamente rimanevano nel carcere cittadino» Aggiungendo: «Le forniture della frutta per il carcere le effettuavano sempre dei negozi di cui erano titolari i Tegano, sia il negozio collocato all’entrata del quartiere Cep situato nel posto ove una volta insisteva una macelleria e l’altro negozio era collocato all’entrata del quartiere Cep. E questo avveniva dal 2014 al 2016».

Il modus operandi

Favori per determinati detenuti e rigore per chi non godeva della protezione o della benevolenza dei capiclan: al “San Pietro” c’era infatti chi si lamentava «di essere stato per mesi fuori lontano dalla famiglia» e chi sarebbe stato in grado di intercedere «con la direttrice per non farlo andare via dal carcere di Reggio».
Favori e privilegi che hanno portato la dottoressa Longo sul banco degli imputati e che toccherà al Tribunale stabilirne la veridicità. Il contributo del collaboratore Mario Chindemi è ricco di episodi: «Ricordo in particolare di un episodio in cui un detenuto si lamentò per il trattamento che io avevo avuto a differenza sua. Premetto innanzitutto che quando arrivai in carcere, anzi il giorno dopo, incontrai uno dei vertici della cosca Tegano il quale mi disse che aveva parlato con la direttrice e aveva chiesto di avere un occhio di riguardo nei miei confronti. A questo proposito ho collegato l’episodio che riguarda il fatto di aver ricevuto da mia moglie un borsone che non era stato, in alcun modo, per come si presentavano gli indumenti oggetto di controllo, proprio per questo si inalberò perchè disse che invece i suoi pacchi venivano sempre controllati ed i vestiti messi in disordine». Altro episodio delicato è datato 2017: «Il vertice dei Tegano viene scarcerato e gli applicarono l’obbligo di firma, poi rientrò in carcere, all’incirca nel mese di ottobre, verso metà novembre ottenne l’autorizzazione ad effettuare una visita specialistica all’esterno al Policlinico di Reggio quinto piano, ed io andai a trovarlo avendo saputo che si trova in ospedale e lo stesso mi riferì di aver trovato una strategia per poter uscire dal carcere per due giorni ingerendo un chicco di caffè. Lo stesso precisò di avere avuto all’epoca delle problematiche da sistemare all’esterno di cui non mi disse perchè riguardanti il suo gruppo ’ndraghetistico e di avere ottenuto questa possibilità dalla Longo. Di fatto quando mi recai domenica alle dieci all’ospedale lo stesso appunto si trovava lì da solo senza piantonamento, né controlli. Avevo saputo che era ricoverato ed ero informato del fatto che stava ricoverato senza controllo. Ovviamente né io né mio nipote né mio fratello che da lui ci recammo eravamo stati autorizzati a colloquiare con lui».


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