Nella corsa di Bajani la gioia delle 4 del mattino e la resa alla scrittura
«Senza averlo preventivato, una mattina prima dell’alba ho iniziato a scrivere questo libro e non ho smesso ?nché non era ?nito. Nulla, una volta cominciato, poteva fermarmi». Così Andrea Bajani ha raccontato la nascita del romanzo che gli ha fatto vincere lo Strega 2025 e in qualche modo lo ha consacrato autore dell’anno. Si intitola “L’anniversario” ed è una storia famigliare, dolorosa, come sono spesso le famiglie, ma autentica nella sua realtà che è quella romanzesca e su questo punto Bajani è stato fermo nel difendersi dalla facile allusione al racconto biografico dell’interno della sua famiglia. Un po’ sì, un po’ no, personaggi e stralci di scene di vita autentici, ma anche inventati o persino presi a prestito da storie altrui. Insomma, da scrittore che si è costruito con rigore e determinazione, Bajani difende la «libertà non negoziabile della scrittura». Un romanzo è un romanzo, il lettore si rassegni a prendere quel che c’è e a goderne.
“L’anniversario” racconta di una separazione, non di una coppia, ma di un figlio dalla famiglia. Separazione inesorabile, liberatoria, risolutiva e definitiva. È lo strappo dall’infanzia-giovinezza e da un universo claustrale e claustrofobico, dominato dalla figura tirannica del padre al quale la madre aveva sacrificato tutto, tutta se stessa, per adeguarsi al modello replicato da secoli. È la rinascita per il protagonista: un racconto senza metafore: «Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita».
Ma ci si può liberare dai propri genitori? È la domanda scandalosa che il libro di Bajani presenta al lettore senza attenuanti. È il senso del romanzo, come ha detto il francese Emmanuel Carrère presentandolo ed alludendo al fatto che lui stesso stava scrivendo il libro sulla madre, poi uscito a settembre con il titolo Kolkoze (uscirà in primavera da Adelphi in Italia).
Bajani è nato nel 1975 a Roma, ma infanzia e giovinezza l’ha trascorsa tra Cuneo e Torino che sono state il suo teatro di formazione, nello stesso libro la città è riconoscibile in molti passaggi. Nel 2005 ha cominciato a pubblicare per Einaudi. Il romanzo “Se consideri le colpe” è il libro che lo lancia. Vince i primi premi: il Super Mondello, il Recanati e il Brancati. Intanto scrive su vari giornali: La Stampa, il Domenicale del Sole 24 Ore, Repubblica. Nei suoi temi ci sono storie di ragazzi, di scuola, di adolescenza, di incontro con i nuovi immigrati, reportage di viaggi là da dove arrivano i “nuovi” italiani. A un certo punto decide di cercare nuove esperienze all’estero: in Germania a Berlino e negli Stati Uniti. Lavora, insegna, scrive.


Nel presentare l’“Anniversario” così racconta gli ultimi anni della sua vita: «Otto anni fa mi sono rassegnato ad assecondare ciò che in cuor mio avevo già stabilito da un po’. Che avrei scritto solo in conseguenza di un’inarginabile spinta interiore, e se quella spinta non ci fosse stata per anni, avrei aspettato prima di scrivere altro. Nel concreto, decisi di smettere di essere uno scrittore di professione, se mai lo ero stato, e di optare per un lavoro per così dire più tradizionale. E di riservare alla scrittura le quattro del mattino: se la forza di ciò che volevo scrivere non bastava a farmi alzare la testa dal cuscino, allora il libro poteva anche non essere scritto. Non credo di aver mai fatto scelta migliore. Da lì è arrivato prima “Il libro delle case”. E a quattro anni da allora, “L’anniversario”». Come raccontano tutti gli scrittori, la disciplina nel lavoro quotidiano è fondamentale. C’è chi scrive all’alba, chi la sera, chi la notte, ma la cosa importante è non smettere mai. È la condizione inevitabile, perché il libro nasca ma anche per qualcosa di più: «Ho capito che c’è un solo modo di scrivere – ha detto Bajani – che in fondo mi consento. Quello che otto anni fa mi sono rassegnato ad accettare era che avrei scritto ogni libro come se fosse una resa dei conti con me stesso. Perché se non scrivessi ogni frase, pur nella finzione, scegliendo di bandire ogni menzogna, ogni decorazione, non sarei un uomo libero».
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