Studenti di tutto il mondo si sfidano a scacchi al Comala

Architettata la sua mossa, ogni giocatore sposta il pezzo, che sia il classico pedone o la temibile regina, poi tocca il pulsante dell’orologio. Con quel click ferma il suo timer e avvia quello dell’avversario ed è l’unico rumore che rompe la concentrazione il giovedì sera, qui al Comala di Torino, presidio socio-culturale di corso Ferrucci.
Le teste sono tutte basse sulle scacchiere, si alzano solo per la stretta di mano a fine partita. Non batte ciglio neanche chi è presente solo per assistere. Un rituale che si ripete ogni settimana da dopo il Covid, quando proprio l’isolamento imposto dal lockdown ha fatto esplodere la mania degli scacchi come soluzione alla distanza allora virtuale ma oggi più che mai fisica.
Qui nella sala accanto alla zona studio, infatti, l’appuntamento è diventato nel tempo un dialogo costante tra generazioni e culture. Si sfidano i veterani degli scacchi e i tanti giovani, per lo più universitari, soprattutto del Politecnico, presenti in massa ogni settimana.
Arrivano nel locale a pochi passi dal tribunale da ogni angolo del mondo, dalla Romania al Vietnam, dal Sud America al Kazakistan per sfidarsi alla corsa allo scacco matto, che qui è “checkmate”. Anche Hugo, come tutti conoscono Huu Khanh Truong, studente del Vietnam iscritto a Ingegneria meccanica nell’ateneo di corso Duca che racconta di come «ho iniziato a giocare da bambino ma con questa comunità qui al Comala ho scoperto anche amici. Amo Torino e queste iniziative la impreziosiscono, gli scacchi sono un linguaggio universale».
I veterani invece arrivano da uno dei punti nevralgici di questa passione a Torino, ossia l’associazione Ltb–Libero torneificio del borgo che oggi ha 140 tesserati, prima del Covid non arrivava a sessanta. A Torino sono oltre 500 invece gli agonisti della Federazione scacchistica italiana. Il più giovane giocatore all’ombra della Mole ha 4 anni e ogni sabato va all’associazione per prendere lezioni «e nel 2024 il campione italiano under 8 è stato un torinese. Ma i tesserati sono solo la punta dell’iceberg di questa passione», assicura Massimo De Barberis, candidato maestro di scacchi e consigliere della federazione. In Italia, fa un veloce calcolo «gli agonisti sono oltre 20mila rispetto ai 10mila nel 2019 ma si stima che un italiano su dieci giochi più di una volta a settimana, molti di più quelli che conoscono gli scacchi. Basti pensare alle tante app che ci sono per giocare da casa con chiunque nel mondo».
Lo dice durante una piccola pausa tra una partita e l’altra. Lui è nel gruppo dei “forti” che hanno solo 5 minuti a testa per l’intera partita (anche se bastano 20 secondi per una mossa), gli altri ne hanno otto. In base ai punti in classifica si sfidano i pari «ma senza nulla in palio, solo l’onore e la felicità», precisa il presidente di Ltb Mario Iacomussi. In parallelo ci sono i tornei competitivi, l’11 gennaio ci sarà un importante appuntamento regionale e ogni mercoledì sera si sfidano alla Bocciofila Verdolina, a pochi passi da piazza Massaua.
Tra gli immancabili c’è Adriano Dorato, che ha scoperto gli scacchi alle scuole medie con i compagni del tempo «e ora sono trascorsi cinquant’anni, ognuno ha intrapreso la sua strada, ma ci ritroviamo per sfidarci».
Ancora oggi gli scacchi sono un modo di creare una rete. Così è stato per Emma Trolese, 20 anni: «Quando mi sono trasferita da Padova, dove già partecipavo ad alcuni tornei, ho cercato online e ho scoperto questo posto». Lei è considerata la “new entry” del giovedì, tra le poche ragazze scacchiste, seppur la serie Tv “La regina degli scacchi” ha un po’ invertito il trend e a da metà gennaio proprio l’associazione lancerà un torneo gratuito per le donne. «Non mi crea problemi che siano quasi tutti uomini, sono tutti carini e mi fanno sentire inclusa. Ma comunque sto cercando di portare anche delle mie amiche ai tornei. Questo ambiente mi ha aiutato molto a conoscere persone di tutte le facoltà». È studentessa magistrale in Psicologia dell’Università di Torino ma indossa la t-shirt arancione del team studentesco Scacchi Polito, da cui arrivano molti giocatori.
«Durante il Covid il Comala è stato uno spazio dove poter fare iniziative all’aperto, poi ho chiesto la sala per i tornei e così è nata la collaborazione con il Politecnico che gestisce il materiale», dice Leonardo Noam Ribet Griot, studente di Ingegneria gestionale e responsabile del team «in cui ci sono universitari di ogni corso. Il nostro è un team un po’ differente, non costruiamo cose, stiamo lavorando per programmare un motore scacchistico ma ci ritroviamo per lo più per il senso di comunità».
Un obiettivo che accomuna i presenti. «Soldi, potere, status sociale: gli scacchi annullano le differenze e mettono tutti sullo stesso piano» racconta Iacomussi, che oggi di anni ne ha 67 anni ed è scacchista sin da giovanissimo. Da allora ricerca l’adrenalina della lotta contro il tempo per vincere sulla scacchiera «ma è anche è un modo per tenersi attivi, ragionare, allenarsi e anche confrontarsi con chiunque. Senza che ci siano barriere».
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