Ripugnante chi nega la pace perché si sente più forte

“Il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”. Nel suo 11esimo discorso di fine anno alla nazione – il quarto del suo secondo mandato al Quirinale – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lancia un messaggio potente sui conflitti in Europa e in Medio Oriente, ricordando fin dalle prime frasi “le abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine“, con “la distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori”, ma anche “la devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati”. “Si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace”, è l’esordio del capo dello Stato. Ma la pace, sottolinea, “è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio”. In questo senso Mattarella omaggia il pontefice Leone XIV e al suo appello a “disarmare le parole“, lo stesso lanciato da Papa Francesco: “Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi”.
Il discorso dura circa 15 minuti, in linea con quelli degli scorsi anni. Il presidente parla in piedi dallo Studio della Vetrata: dietro di lui, oltre alle bandiere, la Costituzione e la storica foto simbolo del referendum del 2 giugno 1946, con la ragazza sorridente che sventola la prima pagina del Corriere della sera dal titolo “È nata la Repubblica italiana”. Nel 2026, sottolinea Mattarella, “ricorderemo gli ottant’anni della Repubblica. Ottant’anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia, ma sono stati decenni di alto significato”. Poi usa la metafora di un “album immaginario” della storia della Repubblica, da sfogliare “come si fa in famiglia”: e il primo fotogramma è quello del voto alle donne concesso per la prima volta nel referendum del 1946, “un segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità”.
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