«Sono stata tra le suore di clausura, nel monastero dove una mia ex allieva sta seguendo la sua vocazione (dopo la laurea in biotecnologie)»
La vita in clausura, però, non è semplice rinuncia, come potrebbe sembrare. Lo spiega lei stessa: «Ogni giorno è pieno, fatto di preghiera, lavoro e silenzio. Ma ci sono anche molti momenti di condivisione e di apertura all’altro».
Il parlatorio – la piccola stanza che separa le monache dagli ospiti con una grata, che però nel mio caso è aperta all’abbraccio – è lo spazio in cui molti trovano ascolto. «Arrivano persone in cerca di pace, famiglie che chiedono preghiere, giovani che si interrogano sul futuro», racconta la Madre maestra che si occupa della formazione delle novizie, una formazione che dura anni, perché prendere i voti sia una scelta consapevole e meditata. «Noi ascoltiamo, sorridiamo, preghiamo. È il nostro modo di accogliere, senza grandi gesti, ma con semplicità». Il monastero diventa così un punto di riferimento silenzioso, un porto sicuro per chi cerca conforto.
In Italia sono centinaia i monasteri di clausura, e sebbene le vocazioni oggi siano meno numerose rispetto al passato, chi sceglie questa strada lo fa con una radicalità che colpisce. A Ghiffa le suore sono 36, le novizie 9 tra cui anche ragazze molto giovani. In Italia ci sono circa 4.500 monache di clausura, distribuite in 430 monasteri. A livello mondiale sono circa 44mila con una presenza ancora forte in Europa, anche se oggi le nuove vocazioni crescono soprattutto in Africa e in Asia. Molte delle monache hanno alle spalle studi universitari o carriere avviate: non sono scelte di fuga, ma percorsi di senso nati spesso in età adulta. È il caso della dottoressa che sta svolgendo il suo noviziato a Ghiffa dopo anni di attività. O della mia allieva, entrata in convento dopo la laurea.
Le giornate sono scandite dalla liturgia delle ore, dalla lettura della Parola, dall’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento (che non viene mai lasciato solo nemmeno durante la notte), dal lavoro manuale: dalla coltivazione dell’orto alla realizzazione di piccoli manufatti artigianali. Tutto è inserito in un contesto di preghiera. Ogni cosa, anche la più semplice, è offerta a Dio. È così che il quotidiano diventa preghiera.
La vita che si svolge all’esterno di quelle mura non è però lontana o sconosciuta. Ogni sera c’è infatti un momento per l’ascolto dalle parole di una consorella delle principali notizie accadute nel mondo. Clausura non significa quindi semplicemente chiusura rispetto al mondo esterno, come suggerirebbe l’etimologia latina della parola o peggio isolamento, ma consapevolezza del mondo, di se stessi e della sofferenza che esiste ovunque.
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