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Allenamento ad alta quota: il «paradosso dell’altitudine» e come cambia il modo in cui il cervello reagisce allo sforzo

Allenarsi o muoversi in quota (anche a quote relativamente accessibili, come tra i 1.500 e i 2.500 metri) espone l’organismo a una condizione particolare: una disponibilità di ossigeno leggermente inferiore rispetto al livello del mare. Questo cambiamento, se moderato e temporaneo, attiva una serie di meccanismi di adattamento che coinvolgono non solo il sistema cardiovascolare e respiratorio, ma anche il cervello.

La riduzione dell’ossigeno, infatti, stimola la produzione di fattori come la Hypoxia-Inducible Factor, che regola la risposta cellulare alla diminuzione di ossigeno disponibile e favorisce processi di adattamento metabolico e vascolare.

Nel sistema nervoso centrale, questi segnali inducono un aumento della perfusione cerebrale e una maggiore efficienza nell’utilizzo dell’ossigeno disponibile. Alcune ricerche suggeriscono che l’esposizione intermittente all’altitudine possa stimolare la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di riorganizzare le proprie connessioni in risposta a nuove condizioni ambientali.

Non si tratta di un “potenziamento” immediato o miracoloso, ma di un adattamento progressivo che rende il cervello più efficiente nel gestire lo stress fisiologico. È questo il cuore del paradosso dell’altitudine: una condizione apparentemente sfidante che, entro certi limiti, attiva risposte di resilienza e ottimizzazione delle funzioni cerebrali.

Attenzione e concentrazione: perché la mente diventa più vigile

Uno degli effetti più spesso riportati da chi si allena in montagna è una sensazione di maggiore lucidità mentale. Dal punto di vista scientifico, questo fenomeno può essere spiegato da una combinazione di fattori fisiologici e cognitivi. L’ipossia moderata richiede al cervello di allocare le risorse in modo più selettivo, riducendo la dispersione attentiva e privilegiando le funzioni essenziali. In altre parole, in condizioni di maggiore richiesta fisiologica, la mente tende a fare meno, ma meglio.

Alcuni studi indicano che l’altitudine può aumentare l’attivazione dei sistemi attentivi e migliorare la vigilanza, soprattutto durante attività che richiedono coordinazione, equilibrio e risposta rapida agli stimoli.

Allenarsi in montagna significa anche muoversi in un ambiente che impone attenzione costante: il terreno irregolare, il clima variabile, la gestione del respiro. Tutti questi elementi favoriscono una concentrazione più ancorata al presente e meno frammentata. È una forma di attenzione funzionale, che non nasce dalla forzatura, ma dalla necessità di adattarsi a ciò che ci circonda. Ed è anche per questo che molte persone descrivono l’allenamento in quota come mentalmente più “pulito”: meno spazio per distrazioni, più focalizzazione sul gesto, sul corpo e su ciò che accade qui e ora.

Come l’altitudine migliora la resilienza allo stress

Hiking in winter surrounded by snow

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