Avatar: Fuoco e Cenere, è sempre la stessa storia?
Il Re del Mondo
James Cameron è il regista di maggior successo della storia del Cinema. Potrebbe suonare come un’esagerazione, una di quelle definizioni che vengono talvolta utilizzate nelle campagne marketing di un nuovo blockbuster, ma sono i numeri a confermarlo: con Avatar (2.9 miliardi di incassi), Avatar: La via dell’acqua (2.3 miliardi) e Titanic (2.2 miliardi), il regista canadese occupa rispettivamente la prima, la terza e la quarta posizione nella classifica dei maggiori incassi mondiali di sempre (il tris perfetto sul podio gli viene negato da Avengers: Endgame, con i suoi 2,7 miliardi). Numeri da capogiro, che da soli gli permettono di ritagliarsi un posto nell’Olimpo degli autori cinematografici più importanti di tutti i tempi. Ma se, da una parte, Titanic è ormai riconosciuto e storicizzato come un capolavoro e un classico della Settima Arte, si nota ancora oggi che una parte degli appassionati e della critica portano avanti un rapporto a dir poco problematico con la saga di Avatar.
Quando lo spettacolo non basta
Quando è arrivato nelle sale nel Dicembre del 2009 (a gennaio 2010 in Italia), Avatar ha saputo incantare grazie a effetti visivi mai visti prima e al geniale world building di Cameron, in grado di creare con Pandora un mondo tanto stratificato e complesso quanto archetipico e universale, reso ancora più vivido e spettacolare da un uso senza precedenti della tecnologia 3D. Ma se da una parte il pubblico generalista ha saputo apprezzare senza porsi troppe domande il semplice impianto narrativo del film, una parte degli appassionati più esigenti non è riuscita a digerire l’apparente “semplicità” della storia di Jake Sully e Neytiri, trovandola banale e rivista.
In un momento in cui Hollywood e l’industria dell’intrattenimento globale puntano in maniera più decisa su narrazioni più complesse e stratificate (siamo negli anni della definitiva consacrazione di Christopher Nolan, ma anche agli albori del Marvel Cinematic Universe), Cameron non sembra voler seguire la corrente e regala al pubblico un’avventura essenziale e dai toni fiabeschi attraverso la quale si pone l’obiettivo di trattare grandi temi come la necessità della difesa del mondo naturale e la denuncia delle politiche colonialiste statunitensi.
La storia si ripete
Se possibile, le critiche all’approccio narrativo di Cameron si fanno ancora più aspre a partire dal Dicembre 2022, mese dell’uscita del secondo (dei cinque programmati) capitolo della saga, Avatar: La via dell’acqua. Il film, che arriva ben 13 anni dopo il suo predecessore, segue un canovaccio narrativo molto simile a quello del primo film spostando l’azione dalle foreste di Pandora ai suoi mari: ancora una volta, il grande pubblico abbraccia la visione di Cameron, mentre ancora più feroci si fanno le critiche di chi crede che Cameron stia giocando sul sicuro per dare sfogo soltanto alle sue mere capacità tecniche.
E la storia è destinata a ripetersi ancora una volta con Avatar: Fuoco e cenere, allo stesso tempo una sorta di “secondo tempo” di La via dell’acqua e il suo instant remake. È innegabile, infatti, che la sua struttura narrativa sia quasi identica a quella del film precedente, del quale segue quasi pedissequamente lo svolgimento. Come si può, quindi, difendere la visione di Cameron? Come si può definire geniale una visione tecnologicamente all’avanguardia ma che, allo stesso tempo, sembra essere incatenata a una metodologia del racconto reiterata e sempre uguale a se stessa? Possibile che il tre volte premio Oscar abbia scritto per tre volte lo stesso film senza rendersene conto, prendendo così in giro il pubblico?
“Io ti vedo”
Se lo si guarda da vicino, il Cinema di James Cameron è sempre stato caratterizzato da una natura essenziale. Nessuno dei suoi film si basa su storie e sceneggiature complesse. Anzi, da un certo punto di vista, si potrebbe dire che è proprio la semplicità ad aver sempre caratterizzato la narrazione delle sue opere. Nel caso di Avatar e dei pregiudizi nei suoi confronti, sembra quasi di rileggere i primi, superficiali commenti riguardanti Titanic, frettolosamente bollato all’epoca della sua uscita come un banale “Romeo e Giulietta a bordo dello sfortunato transatlantico”. Cameron non si è mai dimostrato uno sceneggiatore interessato a creare una consecutio dalla logica ferrea nelle sue storie, né curioso nei confronti di narrazioni sperimentali, preferendo a una scrittura ricercata e chirurgica un lavoro molto più approfondito sulle immagini e sulle icone, e da questo punto di vista il mondo di Pandora, come da lui stesso ammesso, è in grado di donargli la grande tela sulla quale può dipingere, e di conseguenza trattare, dinamiche e tematiche per lui importanti da qui alla fine della sua carriera. Sono i gesti e gli sguardi (non è un caso che la frase più emblematica della saga, quella che si scambiano i personaggi legati in maniera indissolubile, sia “Io ti vedo…”) il vero cuore della narrazione dei film della saga di Avatar, i rapporti tra i personaggi, le loro emozioni ed evoluzioni.
È attraverso di essi che Cameron, seguendo linee narrative riconoscibili e, in un certo senso, “confortevoli” per il pubblico di tutto il Mondo, pur raccontando apparentemente sempre la stessa storia, riesce a far evolvere la sua saga un film dopo l’altro. Così, se il primo film era incentrato su un uomo che ha perso la motivazione per vivere che ritrova la sua umanità diventando un alieno e combattendo lo stesso sistema di cui in precedenza aveva fatto parte e il secondo si trasformava nella storia di una famiglia (quella dello stesso Jake e di Neytiri) disposta a lottare contro tutto e tutti pur di restare unita, ecco che il terzo continua la storia di questi personaggi costretti a fare i conti con la morte del primogenito Neteyam e con la minaccia più grande che abbiano mai affrontato: la rabbia e la paura che questo grave lutto ha acceso in tutti loro. L’evoluzione avviene anche da un punto di vista della costruzione del racconto, con Cameron che sposta il focus e il punto di vista sugli eventi da quello di Jake e Neytiri a quello di tutta la famiglia e, infine, a quello del loro secondo figlio Lo’ak. Per non parlare del rapporto tra Spider e suo padre Miles Quaritch, che raggiunge nel terzo capitolo livelli di tensione senza precedenti nella saga.
Dare per scontata la magia
I film di Avatar hanno budget fuori scala, anche per questo è possibile che Cameron non sia interessato a rischiare più di tanto sul piano della storia, ma più che di banale ripetizione narrativa, sarebbe il caso di parlare di una volontà precisa di raccontare storie facilmente riconoscibili dal pubblico generalista (e di tutte le età) all’interno delle quali gli elementi di arricchimento e avanzamento della narrazione trovano una loro naturale collocazione e sono pronte, qualora si abbia voglia di andare oltre la superficie, a essere apprezzate dal pubblico più attento. In tutto questo, nelle critiche alla saga si nota anche un altro aspetto a dir poco preoccupante: già dai primi commenti online concessi dall’embargo imposto dalla Disney nelle ore successive alle prime proiezioni di Fuoco e cenere, in molti hanno licenziato la qualità tecnica e artistica del film dandola quasi per scontata.
In un’epoca in cui sono molti, troppi i blockbuster incapaci di regalarci effetti visivi degni delle possibilità tecniche raggiunte dalle moderne tecnologie, non essere più in grado di restare a bocca aperta davanti allo spettacolo unico del mondo di Pandora, alla perfezione della sua resa fotografica, alla sua realistica dinamicità in 3D, alla ricchezza degli infiniti dettagli presenti in ogni singola inquadratura potrebbe essere sintomo pericoloso di una mancanza di attenzione nei confronti del grande lavoro e alla straordinaria immaginazione che Cameron infonde in ogni sua opera. Nei giorni in cui il web esplode di teorie e analisi su teaser trailer di pochi secondi ed enigmatiche immagini a bassa definizione, sarebbe meglio avere gli occhi più concentrati sulle meraviglie di Pandora per poterne abbracciare la magnificenza e poter finalmente pronunciare con il cuore la frase “Io ti vedo…”. Dopotutto, prima di ogni altra cosa, la magia del Cinema nasce dalle immagini che lo compongono. Potrebbe essere giunto il momento di dover riconoscere loro la giusta e decisiva importanza.
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