Società

Arianna Porcelli Safonov: «Il mobbing che ho subito da ragazza mi ha fatto capire che le mie capacità non possono essere definite dalla simpatia che un capo prova per me. Congelare gli ovuli? Meglio i neuroni»

Un motivo per arrabbiarsi era senz’altro la sua prima esperienza lavorativa a Roma. Scrive nel libro: «Facevo la schiava per 500 euro al mese, dicevo che uscivo dall’ufficio e mi scaricavo spesso in un pianto disperato». Cosa le ha insegnato quell’esperienza?
«A capire che i lavori cool possono anche essere un’inc*lata. Mi sono portata a casa l’essere sopravvissuta a una delle prime forme di mobbing perpetrata da una donna su un’altra donna ma anche la consapevolezza che bisogna imparare a difendersi dal proprio lavoro, soprattutto quando lo si ama».

Come ha reagito dopo?
«C’è stato un periodo di disorientamento in cui credo che si sia affinata la mia ostinazione, che è forse l’unica skill che penso di avere. Ho capito che non è possibile che i miei spazi e le mie capacità venissero definite dalla simpatia umana che posso provocare nella mia capa».

Cosa ha fatto, allora?
«Mi sono dedicata all’organizzazione di eventi, ma non più di moda. Sono andata dalle aziende per vendicarmi: lavoravo come freelance per 23 ore al giorno ma a un certo punto ho detto basta, mi metto a scrivere così lavorerò di meno. Ed eccomi qui, a proposito di inc*late professionali».

Di cosa scriveva?
«Di New York, dove vivevo in quel periodo: nel 2008 ho aperto un blog che si chiamava Madame Pipì, un termine che i francesi utilizzano per definire la signora delle pulizie degli autogrill, in cui ho iniziato a disincentivare gli amici che mi dicevano quanto era bella New York. Lì è iniziata la scrittura come metodo catartico. Sarà per questo che, dopo New York e Madrid, mi sono trasferita in un borgo con sei abitanti nell’Appennino: pensavo di restarci un anno, e invece sono stati sette».

La spinta qual era?
«Volevo fare un’esperienza di solitudine nei boschi: come tanti mi sono detta basta, mollo tutto, apro un agriturismo e mi compro le caprette. Ho trovato un piccolo borgo tra Piemonte, Liguria e Lombardia e, se ho iniziato a fare quello che faccio adesso, lo devo a quel posto».

Cosa ha fatto trasformare quel primo anno in sette?
«Sedermi su un prato e parlare con persone che non c’entrano niente con il mio settore è qualcosa che mi pacifica ancora oggi: è una vita che pulisce tutto ciò che mi affumica».


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