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Marina Di Guardo: «Racconto la violenza psicologica perché è sottile e invisibile, e l’ho vissuta anch’io. Le mie figlie sono il mio supremo valore: se soffrono loro, soffro anch’io»

Com’è descriverebbe questa seconda vita?

«Piena di soddisfazione: credo che quello di diventare scrittrice fosse uno dei sogni più grandi che avevo. Apprezzo ogni momento: dalla scrittura, in cui vengo completamente immersa, molto concentrata sulla trama e nei personaggi che sto delineando, fino alla promozione che, per me, significa anche incontrare i miei lettori, ricevere i loro spunti e riflessioni, confrontarmi con loro».

E le sue figlie (Chiara, Francesca e Valentina Ferragni ndr.) hanno avuto un ruolo in questa sua scelta?

«Quando loro hanno incominciato ad andare via di casa, tra università e lavoro, avevo più tempo libero per potermi finalmente dedicare nuovamente alla scrittura. Poi, mi hanno molto incoraggiata a provarci, a darmi questa possibilità. Sa, nella vita bisogna darsi sempre un’opportunità in più, al massimo se non andrà bene, pazienza, si tenterà qualcos’altro».

Tra temi ricorrenti dei suoi romanzi, c’è la violenza di genere. Quanto di quello che racconta e descrive è mediato dalla sua esperienza personale?

«Spesso, mi interessa molto descrivere una delle forme più subdole che può assumere: quella psicologica. È un tipo di violenza molto sottile, insinuante, quasi impercettibile, ma è qualcosa che sentiamo costantemente addosso e ci tiene costrette in un determinato ruolo. Credo sia un tema che riguarda molte di noi, che ha riguardato anche me: è qualcosa che purtroppo ho vissuto in prima persona. Essere vittima di violenza psicologica significa vivere in maniera parziale, rimanere prigionieri in una situazione in cui si fa fatica a trovare una via d’uscita. Ne scrivo proprio perché voglio sensibilizzare chi mi legge».

In Braccata, a parte alcune figure maschili, sembra riconoscere agli uomini un’unica caratteristica: l’egoismo.

«Come succede nella realtà, è molto più complesso di così. Questo è un romanzo con protagoniste le donne, gli uomini rimangono prevalentemente sullo sfondo. E, ad alcuni di loro, si può riconoscere questa caratteristica, dietro a un’apparenza perfetta e molto patinata. Ad altri, però, appartiene anche una grande umanità, compassione e cura fatta anche di piccoli gesti che danno enorme conforto».

I piccoli gesti sono anche quelli che costituiscono le basi di un rapporto manipolatorio.

«È proprio quello che volevo mostrare parlando di violenza psicologica. Non ci sono segni fisici, ma c’è una persona che viene continuamente minata nella sua credibilità, autostima, isolata e ridicolizzata. Perché, in una relazione tossica accade esattamente questo: piccoli gesti che lentamente distruggono ciò che sei».

Il conforto arriva però dalle amicizie.

«Credo molto nel potere dell’amicizia. Un amico sincero è una dono, qualcosa che ci riempie la vita. Io ho la fortuna di avere esperienza di diretta di questo, soprattutto se penso a una mia amica, Maria Rosa. È proprio quella persona che capisce che qualcosa non va dal tono di un messaggio o da come rispondi al telefono e, soprattutto, c’è sempre per farti stare meglio e infonderti fiducia, quando ne hai bisogno».


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