Calabria

Attese, rinunce e cure in trasferta: la sanità raccontata dai pazienti in Calabria

La sanità continua la sua corsa verso un margine pericoloso con fibre lacerate da anni di commissariamento che hanno prodotto tagli lineari con scarsa attenzione alla programmazione. In Calabria il diritto alla cura si consuma soprattutto nel tempo. Tempo perso, tempo sospeso, tempo che scorre mentre il dolore avanza. I cittadini lo sanno bene che per ottenere una visita o un esame non basta una prescrizione, serve resistenza. Si entra in lista e si resta incagliati, spesso senza spiegazioni, in un territorio che assomiglia a un colabrodo. Così si aggirano i codici del triage, si affollano gli accessi diretti agli ospedali, si ingorgano i servizi. Dentro e fuori. E le risposte tardano ad arrivare.
Il Rapporto civico sulla salute presentato ieri a Roma da Cittadinanzattiva fotografa con crudezza una crisi che attraversa tutto il Paese ma che in Calabria, e nel resto del Sud, ha tratti più profondi. Non è la qualità clinica delle cure a essere in discussione, ma la possibilità stessa di accedervi. Le segnalazioni raccolte parlano soprattutto di attese insostenibili: quasi la metà riguarda difficoltà di accesso. Esami diagnostici e visite specialistiche superano sistematicamente i tempi previsti. In alcuni casi si arriva a due anni per una colonscopia, oltre un anno per una risonanza magnetica, mesi interminabili anche per una prima visita. Numeri che in Calabria non sorprendono più. Qui le aziende sanitarie e ospedaliere vivono una fragilità strutturale che il Covid ha solo esasperato. Le code non sono un incidente, ma l’effetto di politiche di programmazione passate senza bussola, di un sistema che non riesce a far transitare i bisogni di salute attraverso una cruna sempre più stretta.
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