Trentino Alto Adige/Suedtirol

I Krampus, da diavoli a metallari: la deriva horror – Cronaca



BOLZANO. Tipico di ogni figlio degenerae è dimenticare le proprie radici, cancellando tutori e maestri, e non c’è dubbio che a questo sia dovuta tanta della baldanza dei Krampus che, dalla loro culla carinziana, oggi dilagano per le vie dell’Alto Adige, della Carnia e anche molto più a sud, senza più barriere che tengano.

E nel procedere a ondate di questa invasione all’apparenza neppure tanto pacifica, accade che il vecchio San Nicolò, con la sua barba bianca, la casula e la stola rossa, la tiara e il pastorale, fino a ieri accreditato mentore di questo indocile codazzo di diavoli, venga ormai messo in secondo piano, perché i Krampus se ne sono ormai scrollati di dosso l’antica autorità e, complice la musica metal e qualche riga di bombardini, sono ormai scatenati e liberi di scorrazzare come vogliono.

E così, autonominatisi portatori di uno spirito alpino ancestrale e selvaggio, i Krampus sembrano aver dimenticato le radici che li collegano al cuore del folklore europeo, anche ben al di là delle Alpi. Proviamo allora, almeno per sommi capi, a rintracciarle noi.

Le radici lontane

Per prima cosa, il Krampus fa parte di una famiglia piuttosto nutrita di personaggi malvagi al seguito di San Nicolò, che si possono chiamare Knecht Ruprecht in Germania, Père Fouettard in Francia e Schmuzli in Svizzera: non propriamente diavoli, ma incappucciati scuri in volto e malevoli, che svolgono la stessa funzione, dietro al santo, di severi e silenziosi obiurgatori. Ma anche restringendo il campo alle sole Alpi orientali, il panorama è affollato di presenze varie, e i fratelli gemelli dei nostri Krampus si possono chiamare malàns, cioè “i maligni”, a Ortisei, Klaubaufen a Stelvio, diàoi in val di Fassa ovvero Toifen nel Salisburghese. Personaggi affini, e però anche sufficientemente diversi, visto che l’innesto dei nuovi Krampus di foggia carinziana, con la ghigna scolpita nel cirmolo, gli occhi fosforescenti a intermittenza e le enormi corna di stambecco, nel gruppone dei diàoi di vecchia generazione non è dappertutto indolore.

In val di Fassa, in effetti, diavoli vecchi e nuovi seguono galatei del tutto diversi, che generano qualche frizione tra i due gruppi, e anche a Tramin i vecchi diavoli con la maschera nera di stoffa e le corna rosse, che escono al primo imbrunire, risultano ben distinti dai nuovi Krampus in stile horror che invadono la piazza con il loro carro infuocato quando è già notte.

Di pari passo al successo inarrestabile dei nuovi mascheroni cornuti di gusto gotico spinto, è il prestigio della parola che li designa, quella specie di asso pigliatutto che è “Krampus”, sostenuto anche dal mistero di un’etimologia piuttosto oscura. Ma a fronte delle tante fantasticherie che riempiono gli annali della folcloristica locale, io credo che la soluzione sia a portata di mano, e che “Krampus”, veramente, non sia altro che una storpiatura germanofona del tardo latino “caprus” (il latino di Cicerone avrebbe detto “hircus”), cioè “il capro”, il che coincide con la natura profonda del personaggio, fin dalle radici remote della ritualità pagana del nostro continente.

Prime creature selvagge a uscire in branco di corsa alle pendici del Palatino, gridando e spaventando i passanti, nudi e coperti di grasso nerastro come i malàns di Ortisei, erano infatti i cosiddetti luperci, mezzi lupi e mezzi capri. Il loro compito era quello di sporcare le donne, staffilandole con fruste di cuoio, ovvero alzarle di peso da terra, ma a fin di bene, per stimolarne la fertilità: gli stessi gesti degli odierni Klaubaufen che vediamo in azione a Stilfs.

Ecco risolto il rebus, e vediamo così il Krampus situarsi al punto stesso in cui, nella tradizione popolare europea, il capro si trasforma in diavolo, associandosi al diavolo stesso. Con una differenza però: che, a differenza del diavolo, il Krampus, nella sua pretesa ingenua e chiassosa di mettere in scena il male assoluto, alla fine porta bene.

La gente lo sa, e almeno fino a ieri li guardava con simpatia, come gli emissari di una ruota che gira, e che alla fine, ostentando il male più spaventoso, finisce per prenderlo in giro, e alla fine di sottecchi guarda al bene.

Chissà se nella nuova versione di marca metal, i nuovi Krampus, figli del cinema horror, riusciranno a tener fede, più o meno consapevolmente, alla loro antica missione apotropaica? Difficile da dire.

Intanto, per prudenza, a Pozza di Fassa gli si è imposto di indossare sul petto un numero che in caso di incidenti con il pubblico li possa identificare: la stessa cosa che vediamo da decenni in Transilvania sulle casacche dei lole, versione rumena degli stessi personaggi diabolici e in fondo beneauguranti.

Niente di nuovo sotto il sole quindi, e quando si parla di maschere, men che meno.

(Foto Fabio De Villa) 




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