Depeche Mode – Memento Mori: Mexico City
“Memento Mori: Mexico City” non è soltanto la testimonianza dei tre concerti al Foro Sol, ma è un racconto visivo, sonoro, spirituale, un rituale collettivo nel quale i Depeche Mode non si limitano a eseguire canzoni, ma a evocare presenze, memorie, legami. È un’opera che scolpisce — con un linguaggio musicale e cinematografico insieme — il rapporto degli esseri umani con la Morte. Non come tabù, non come spauracchio, ma come compagna, come sfida, come porta da cui passano tutte le storie. Il gruppo prende per mano la Morte e la guarda negli occhi, con la stessa intensità con cui lo sguardo messicano la racconta da secoli.

Perché il Messico ha con la Morte un rapporto unico, viscerale: la celebra, la deride, la decora, l’accoglie. La trasforma in mito, in fiore, in scheletro danzante, in sorriso dipinto. La Morte, lì, non annienta, ma ricorda. Non spegne, ma riaccende.
È guida, è passaggio, è rivelazione. È uno specchio in cui l’essere umano riconosce il proprio limite, ma anche la propria eredità — umana, artistica, spirituale. Così “Memento Mori” si intreccia con questa tradizione millenaria: la Morte come ponte verso la conoscenza, come rito di luce, come ripartenza possibile.
Dave e Martin lo sanno bene: ogni traccia è un confine oltre il quale il dolore diventa memoria, il vuoto diventa voce, l’assenza diventa presenza. La Morte qui non è sconfitta, ma domanda; non è fine, ma slancio. È uno sguardo oltre la fragilità dei corpi e la debolezza delle menti, oltre le nostre paure più primitive. È il varco attraverso cui lo spirito, inquieto e ancora giovane, si collega alla pulsazione infinita dell’universo, a quelle forze invisibili che fanno scorrere la vita e la rigenerano, nonostante noi — con la nostra violenza, il nostro egoismo — la intralciamo di continuo.
Le immagini del regista Fernando Frías sono il tramite perfetto di questo dialogo. Sovrappongono il presente del concerto alla leggenda dei Depeche Mode, e insieme alla tradizione ancestrale messicana, che affonda le radici nelle civiltà pre-colombiane e nella loro relazione mistica con la Terra, il Cielo, il Sole. Il palco è altare, il pubblico è tribù, la musica è cerimonia.
E il Sole — oggi — per Dave e Martin è più che un simbolo: è resistenza, riconoscenza, pace riconquistata dopo il lutto. È un faro acceso anche quando l’assenza avrebbe potuto trasformarsi in maceria. Ciò che resta, invece, è una luce che non annienta, ma scalda; una luce capace di convivere con le ombre, di parlarci attraverso di esse.
L’ombra che segna “Memento Mori” non è un’ombra che inghiotte. È l’ombra benevola di un amico assente — che ritorna come eco, come impulso, come scossa elettrica che riaccende il cuore del progetto. È l’elettronica che non chiude, ma apre; è il ricordo che non intrappola, ma fa ripartire. È l’idea che gli antenati possono vivere ancora, e non solo dentro le canzoni: dentro i gesti, le note, le scelte. È la certezza che Lou Reed, Leonard Cohen, e tutti i numi tutelari che ci hanno insegnato a dire la verità dentro un verso, sono presenti. Invisibili, ma tangibili come battito.
Ed è qui che l’album — e il live che ne amplifica la forza — depositano la loro eredità più grande: la consapevolezza del bisogno dell’altro. Del confronto. Di una parola che risuona fuori da noi e rientra trasformata. Di una voce che ci ascolta, che ci contraddice, che ci salva. Altrimenti, tutto resterebbe soltanto un meccanismo: un pop di plastica, un riflesso algoritmico, un giocattolo perfetto e freddo, una replica continua — come un loop informatico che non muore perché non è mai stato vivo.
Ciò che rende “Memento Mori: Mexico City” necessario è proprio questo: il fatto che pulsa, respira, ricorda, invoca, unisce. Che trasforma la Morte in dialogo. Che fa della memoria una mano tesa. Che ci insegna, ancora una volta, a restare umani.
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