Marche

«Ce lo chiedono gli imprenditori». No di Ascoli, Pesaro aspetta

ANCONA Più grande non è solo più bello, è soprattutto una questione di sopravvivenza. Non la toccano piano – anzi la pongono in termini di conservazione della specie – i presidenti di Confindustria Ancona, Fermo e Macerata la decisione di fondere in un unico corpo le tre realtà territoriali, come anticipato in esclusiva ieri sul Corriere Adriatico. Un’azione necessaria «per dare una risposta efficace alle richieste sempre più pressanti degli imprenditori associati: più servizi, maggiore rappresentanza, meno frammentazione» spiegano all’unisono l’anconetano Mingarelli, il fermano Luciani e il maceratese Ragni.

E chi non lo capisce e si oppone al progetto? Dovrebbe, a dire del trio presidenziale, superare «vecchie logiche e personalismi che nulla hanno a che vedere con gli interessi delle imprese». L’attacco, nemmeno troppo velato, è indirizzato tutto in Corso Giuseppe Mazzini ad Ascoli: il grande innominato nella replica dei tre presidenti infatti è la Confindustria picena, che ha chiuso ogni possibilità di mediazione sul progetto: no è no, e grazie tante.

Ascoli e Pesaro

Mentre il presidente Ferraioli non si scompone, Simone Mariani – numero uno degli industriali ascolani de facto, anche ad anni di distanza dal suo mandato – guarda il progetto di traverso: «Ho sempre promosso operazioni di aggregazione: le ho condotte in azienda, anche ai tempi della mia presidenza in Confindustria, con la nascita di Centro Adriatico (Ascoli e Fermo unite) e col tentativo di creare un’associazione unica regionale». Ma la frecciata mortale è dietro l’angolo: «Manca spesso una visione condivisa in maniera forte. E quando non tutti sono convinti, i problemi sono garantiti». Pesaro invece, che pure si è sfilata, si salva per dare ancora tempo a Massimo Cecchini, che ha da poco preso le redini lasciate da Alessandra Baronciani, di ambientarsi. «Il percorso, avviato da qualche mese, è stato costruito anche in collaborazione con la territoriale di Pesaro che, sul tema, sta sviluppando una sua riflessione» riassumono Mingarelli, Luciani e Ragni.

Vista Pesaro

Certo è che una Confindustria a quattro sarebbe deleteria per Cecchini, che si trova a un passo dal vedere, tra un anno esatto, un pesarese alla guida di Confindustria Marche, secondo il principio di turnazione tra province, in uso ormai da una ventina d’anni. E da una prima serie di colloqui informali, una fetta molto consistente della territoriale pesarese vedrebbe di traverso la fusione. Sono anni, d’altronde, che da viale dell’Astronomia spingono per la fusione delle territoriali marchigiane. In una regione da nemmeno un milione e mezzo di abitanti, un presidente risulta più che sufficiente secondo Roma e avrebbe tutto un altro peso specifico. Ma a quel punto sono pronti a riaffacciarsi i fantasmi che avevano portato al crollo dell’esperimento di Confindustria Marche Nord: le liti interne per le successioni. Se le poltrone in tutta la regione passassero da cinque a una che criterio andrebbe seguito per la nomina del presidente? Per competenze? Per territori? Mingarelli, Luciani e Ragni giocano la carta del «ce lo chiedono gli imprenditori associati», ma tutta un’altra partita sarà quella da giocare all’interno delle singole assemblee locali. Spetterà a loro infatti approvare con maggioranza qualificata l’aggregazione transterritoriale. E più di qualcuno – statene certi – storcerà il naso per aver scoperto del piano dalle pagine di un giornale, il nostro. Intanto i tre presidenti si fanno forza con i primi rodaggi in associazione: «I Consigli di Presidenza di Ancona, Fermo e Macerata hanno discusso e approvato una prima ipotesi di un percorso e stanno condividendo con le proprie basi associative i principi e i potenziali effetti di questo percorso».




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