Cultura

Ahya Simone – Neptunian Blue: I sottili canti ambient di una sirena all’arpa :: Le Recensioni di OndaRock

Come fiotti di spuma bianca, o come i fili argentati di una ragnatela: sin dall’adolescenza, l’arpa funge da estensione del corpo per Ahya Simone, uno strumento col quale ampliare il proprio bacino espressivo oltre il solo uso della voce. Solo che, al netto degli studi intrapresi in gioventù in quel di Detroit, l’autrice al momento non è approdata alla musica classica né al jazz di una Dorothy Ashby, preferendo un approccio libero e liquido, in quella terra di mezzo tra ambient spirituale e progressive electronics. Come da strumento prescelto, la sua carriera è ancora cauta e silenziosa, pur non priva di certe attenzioni che le consentono di districarsi nel mercato discografico in qualità di artista indipendente. Kelela la vuole con se ovunque vada, dal Tiny Desk al recente “In The Blue Light”, mentre tra i collaboratori di “Neptunian Blue” compare Asmara, che già aveva lavorato con suddetta Kelela al mixtapeAquaphoria”. Ahya è stata anche protagonista nell’espansiva compilation “TRAИSA”, uscita lo scorso anno. Anche per questo, le sei tracce del suo Ep di debutto suonano al contempo familiari eppure aliene, piccoli e sfilacciati canti di una sirena che sta lentamente trovando la propria strada.
 

Il gusto non le manca; sull’apertura “12th House Moon”, l’arpa chiosa con dolcezza la linea di flauto di Tapiwa Svosve, creando un intancevole panorama spirituale non troppo dissimile dalle recenti pubblicazioni della Impulse!, ma le due trovano nuova sinergia poco più avanti su “Liminal”, stavolta ancorate da un beat che potrebbe essere house, non fosse per la voce di Ahya che aleggia a mezz’aria dietro ai ghirigori acid jazz del flauto. Sono momenti impalpabili, certo ondivaghi, ma suggestivi; “Siren’s Call” in particolare fluttua via all’ascolto sopra sparuti rintocchi di una drum machine, meglio quando “Runnin’”, con l’aiuto alla voce di Na Bonsai, si fa lamento implorante, sempre avvolto da vellutati strali d’arpa. Il tocco di Ahya si sente comunque meglio su “Tranquil Shadows”, un onirico momento di raccoglimento emotivo, che le dà modo di glissare e pizzicare le corde dello strumento sopra un sottilissimo tappeto elettronico.

Manca al lavoro una più solida cesellatura melodica, dal momento che Ahya si è messa in prima persona al microfono abbozzando stralci di forma canzone con una voce che tremola come un fantasma nella penombra del mix – vedasi la conclusiva romanza “Think On These Things”, divisa tra toccanti armonie strumentali e linee vocali che indugiano sotto al fascino dell’incertezza. Ma anche questo fa parte dell’estetica dominante di un lavoro magari acerbo e certamente non per tutti, eppure intimamente personale nel settore di riferimento. Perché se è vero che Ahya ha ancora da affinare la tecnica vocale, la sua padronanza dell’arpa è un netto punto di forza, unita ad un gusto produttivo a momenti davvero squisito. Nel silenzio di una notte buia, le onde di “Neptunian Blue” si susseguono una dopo l’altra, esattamente come da titolo – perché non farvi un tuffo?

11/12/2025




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »