Verrocchio ko, cacciata la ditta: ad Ancona riappare l’incubo-incompiuta
ANCONA Game over. Partita chiusa. «Ho dato mandato ai legali del Comune di rescindere il contratto con la ditta». Così il sindaco Daniele Silvetti mette una pietra tombale sul rapporto tra Palazzo del Popolo e Consorzio Rennova. L’accordo per sbloccare l’impasse in cui il cantiere all’ex fornace Verrocchio era caduto, non si è trovato.

La battaglia
La realizzazione dell’ormai famigerata stazione dei bus alla Palombella (con un parcheggio scambiatore di 200 posti) è di nuovo caduta in disgrazia. La seconda volta in 30 anni. «Ormai la questione è passata su un altro tavolo – continua Silvetti – quello dell’avvocatura». Ma dall’altra parte, il raggruppamento teramano di imprese, si è già infilato l’elmetto ed è pronto a dare battaglia. Intanto il Consorzio non sapeva nulla, ieri sera, della decisione presa dal sindaco. «Chiederemo fino all’ultimo centesimo delle riserve calcolate» mette subito in chiaro il presidente Gianni Tanzi. Giusto per capire di che cifre si parla: «Avevamo conteggiato 700mila euro di riserve – riprende Tanzi, pallottoliere alla mano – a cui si aggiungono 240mila euro dell’ultimo Sal (Stato di avanzamento lavori, ndr) non ancora pagato. Più altri 90mila euro trattenuti dal Comune di Ancona. A cui, ancora, dovremo aggiungere altri soldi, per un ammontare totale di circa un milione e mezzo di euro».
La prospettiva
Tanzi va avanti con l’immaginazione: «Se il Tribunale ci riconoscesse anche solo il 30%, sarebbero 500mila euro. E pensare che la nostra proposta per andare avanti con i lavori era di far scendere la richiesta di riserve da 700 a 300mila euro. Gli conviene al Comune rescindere il contratto?» s’interroga il costruttore. «Poi bisogna pure vedere se il Tribunale riconosce i 300mila euro di penali applicateci dal Comune» rimarca. Una rogna non da poco. Oltre al contenzioso legale, che porterà via tempo e soldi (in ogni caso) a Palazzo del Popolo, c’è lo spettro di un rischio incompiuta. Un pericolo che, dopo il brivido del 2006, sembrava ormai scongiurato. E invece eccolo di nuovo lì. Per comprendere bene l’entità del problema bisogna riavvolgere il nastro di 30 anni e ripartire da quel consiglio comunale del 1995 (il sindaco era Galeazzi) in cui venne decretato il via alle operazioni per la realizzazione dell’autostazione Verrocchio. Ma bisogna fare un salto temporale fino al 2006 per vedere l’appalto aggiudicato e i lavori cominciati. Alla guida dell’intervento, allora, c’era la ditta Salini Locatelli, che ben presto si sfilò dall’appalto stesso perché giudicato antieconomico. Esplose un contenzioso, concluso con la condanna del Comune a pagare 3,6 milioni di euro. Quel lodo fu poi annullato e di nuovo carte bollate fino al 2019, quando la Corte d’appello di Roma diede ragione a Palazzo del Popolo, ma solo in parte.
La sentenza
L’amministrazione avrebbe dovuto pagare solo 1 milione di euro, al quale andavano sommati gli interessi per il mancato versamento (dal 2007) di un ulteriore milione e mezzo spettante alla ditta. Insomma, dei 3,6 milioni già versati dopo la prima sentenza, il Comune ne ebbe indietro solo un milione. Sentenza poi confermata nel 2024 dalla cassazione. Caso chiuso, nuova pagina. Il 30 luglio del 2020 i lavori – dopo 14 anni di stop – vengono nuovamente affidati: questa volta al Consorzio Rennova, che nel 2021 inizia i lavori. Li avrebbe dovuti finire entro gennaio 2023. Nel corso delle opere, però, sono intervenute 4 varianti al progetto, che hanno fatto passare il conto da 2,7 milioni a circa 3,8 milioni di euro, tra interventi imprevisti e aumento dei prezzi delle materie prime. Tutti ostacoli che hanno portato a rallentamenti, penali e riserve. Un uragano che ha spazzato via le speranze di vedere quell’opera ultimata.




