Calabria

Pasolini profeta capace di poesia e verità. Parla il regista di «Cutro Calabria Italia» Mimmo Calopresti

Mimmo Calopresti e Pier Paolo Pasolini: il regista calabrese, autore, tra l’altro, del documentario «Cutro Calabria Italia», sul tragico naufragio dei migranti che, il 26 febbraio 2023, provocò la morte di 94 persone – una tragedia che il poeta friulano aveva in qualche modo previsto sessant’anni prima: la poesia «Profezia» viene citata nel docu – , e l’intellettuale multiforme, la cui figura è celebrata quest’anno, nel 50. anniversario della morte, e con un’attenzione particolare proprio in Calabria, con cui aveva un rapporto molto forte.

Calopresti, autore di film di successo (da «La parola amore esiste» a «L’abbuffata» e «Aspromonte»), ha dedicato molta parte della sua carriera anche a documentari di grande impegno civile e sociale e ha legato spesso, come lui stesso spiega, il suo nome a quello di Pasolini. Oggi purtroppo è stato annullato, per motivi organizzativi, l’incontro nell’ambito della manifestazione «Pasolini e… Un viaggio nel mondo di Pasolini a cinquant’anni dalla sua morte», in corso a Lamezia Terme e curata dal Sistema Bibliotecario Lametino in collaborazione col Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria, con la direzione artistica di Carlo Fanelli.

Il suo documentario è molto legato a Pasolini, soprattutto per la poesia “Profezia”, del 1964, in cui mostrava una preveggenza impressionante sull’attualissimo tema degli sbarchi. So che la cosa l’ha sempre colpita molto. Come e perché?
«Mi ha molto impressionato intanto il rapporto tra Pasolini, il film “Vangelo secondo Matteo” e i luoghi cui è stato girato, appunto Cutro e dintorni. Luoghi che Pasolini ha molto frequentato e in cui riconosceva non solo la vicinanza paesaggistica, ma anche il forte impatto spirituale. Cutro e la Calabria come luogo dello spirito e quindi il luogo dove nasce Gesù, vista anche la scelta di Maria, la madre di Cristo, in Margherita Caruso, una giovanissima ragazza di Crotone. E poi appunto “Profezia” o “Alì dagli occhi azzurri”, testo profetico oggi pienamente realizzato: “Sbarcheranno a Crotone eccetera”. Pasolini era sempre capace di verità perché guardava il mondo con gli occhi della poesia, un profeta realista direi».

Eppure il rapporto di Pasolini con Cutro fu travagliato: il Comune lo querelò per come il paese era stato descritto nel reportage del 1959 “La lunga strada di sabbia”, in cui aveva usato la parola “banditi”. Lei come interpreta la questione?
«Pasolini era abituato a essere perseguitato, quindi cercava di essere capace di ribattere alle accuse con una gentilezza che gli era abituale. Precisò cosa pensava quando usò la parola “banditi”, e continuò a frequentare Crotone e dintorni per fare i suoi film. Le persecuzioni ne rinvigorivano lo spirito».

Il suo legame con Pasolini dura da tempo, almeno dal 2001, anno della sua partecipazione al film documentario di Laura Betti e Paolo Costella “Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno”. E poi, dal suo documentario, girato nel 2005, “Come si fa a non amare Pasolini – Appunti per un film sull’immondezza”. Ci ricorda queste esperienze?
«Laura Betti cercava sempre di ospitare nelle sue cene quelli che lei definiva i pasoliniani, quelli cioè che l’avevano conosciuto e ci avevano lavorato insieme, per esempio Enzo Siciliano e Bernardo Bertolucci, e poi anche nuovi arrivati nel cinema. Tra questi io, Mario Martone e altri ancora. In quelle serate alla fine si parlava spesso di Pasolini, e Laura elaborò insieme con noi, suoi adepti, questo film su Pier Paolo. Era lei a comandare sulle scelte da fare e noi eravamo a sua disposizione. Invece “Immondezza” nacque mentre cercavo materiale all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio. Ritrovai una pizza di celluloide di 16 mm con materiale girato da Pasolini per un documentario sui netturbini che avevano iniziato una dura lotta contro la loro condizione, sociale e anche fisica. Allora non era stata ancora introdotta la meccanizzazione per ripulire la città e i palazzi romani. Questa durissima lotta era fatta dai soli netturbini che avevano contro tutta la città. Pasolini, invece, praticamente da solo, combatté a fianco di quei lavoratori e cominciò a girare un film che avrebbe dovuto far parte di un altro più importante in giro per il mondo contro “L’Immondezza”. Ci rimane di quell’esperienza la prova straordinaria di un Pasolini documentarista che riusciva a fare cinema di poesia in qualunque situazione si trovasse».

A Pasolini ha dedicato anche nel 2017 il docufilm “Immondezza – La bellezza salverà il mondo”, racconto di una corsa di Roberto Cavallo contro i rifiuti…
«Sì, il viaggio dal Vesuvio all’Etna di corsa, cercando di ripulire il percorso dall’immondizia, mi sembrava un’operazione molto pasoliniana. Ecco il perché di quel titolo».

La recente scomparsa di Nicola Pietrangeli mi ha fatto ricordare il suo documentario del 2009 “La maglietta rossa”, dedicato alla finale di Coppa Davis del 1976. Qual è il suo ricordo?
«Pietrangeli aveva messo insieme la squadra. Ma fu Adriano Panatta il vero dominatore di quel momento, con la sua scelta di indossare una maglietta rossa contro il dittatore cileno Pinochet. Pietrangeli è stato un grande campione ma anche un uomo di mondo, importantissimo nello sport italiano, ma pure voce di un’Italia ormai tramontata».

Nel clima attuale, piuttosto pessimista, del cinema italiano, qual è la sua posizione? Quando potrà tornare a girare un lungometraggio di fiction?
«Son pronto a tornare, vorrei raccontare con uno sguardo coraggioso l’Italia che è intorno a noi, ma le difficoltà del momento rallentano il progetto. Ma son sicuro che presto tornerò sul set».


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