Vino, Barone Ricasoli: “Per affrontare nuove sfide bisogna ripartire dal territorio”
Una storia millenaria che affonda le sue radici nel territorio del Chianti Classico. Una proprietà di 1200 ettari, di cui 240 di vigneto e 26 coltivati a ulivo, nel comune di Gaiole in Chianti. Questa l’eredità portata avanti dal Barone Francesco Ricasoli, a capo di un’azienda vitivinicola tra le più antiche in Italia, che ha fatto della sostenibilità un architrave sulla quale poggiare le sfide della contemporaneità.
Barone Ricasoli, come si riescono a far combaciare le tre gambe della sostenibilità (economica, sociale e ambientale)?
“La domanda è pertinente, perché spesso una di queste gambe zoppica. Per noi, la sostenibilità ambientale e sociale è in gran parte un dato acquisito, in quanto siamo un punto di riferimento storico per il territorio. Siamo l’azienda più importante a livello di job giving (circa 170-180 persone) e la nostra famiglia proprietaria ha sempre rappresentato un pilastro. Anche l’aspetto ambientale è nel nostro dna; vogliamo lasciare un mondo migliore, investendo in tecnologia per essere meno impattanti e proteggendo attivamente il paesaggio”.
In che modo?
“Per fare solo qualche esempio, la piantumazione di centinaia se non migliaia di cipressi, che sono tipici per la nostra regione, piuttosto che il rifacimento dei muretti”.
Come si inserisce la vostra attività in un contesto geopolitico così complicato, tra dazi e contrazione dei consumi? Quali sono le difficoltà e quali le opportunità?
“I dazi non sono il problema principale per i nostri prodotti. La vera difficoltà risiede in diversi aspetti. Innanzitutto, la troppa offerta in un mercato in contrazione. Questo porta a una guerra dei prezzi e a marginalità più basse. In Toscana, si aggiunge la concorrenza sleale di aziende acquistate da investitori che non cercano il ritorno economico dall’attività del core business, disturbando chi invece deve campare al 100% della produzione vinicola”.

Un’azienda storica come la vostra può trasformare il legame con il territorio in un’opportunità di sostenibilità economica?
“La sfida è trasformare il territorio in un brand offrendo un servizio di qualità superiore, elevando l’offerta. Stiamo investendo in ristorazione e in un museo, allontanandoci dal semplice ‘pacchetto vino’. Il segreto è avere un personale preparato, che parli molte lingue e che non si limiti alla tecnica, ma che offra un momento esperienziale e piacevole. L’obiettivo non è vendere il vino, ma garantire che il visitatore si porti a casa un ricordo di estrema piacevolezza”.
Infine, avete ottenuto da Valoritalia una certificazione di sostenibilità, aderendo allo standard Equalitas. Come si inserisce nel vostro percorso?
“La scelta di Valoritalia è dettata dalla forte expertise e dal ruolo che l’ente ha nel settore vinicolo. Il passaggio alla certificazione è stato veloce perché avevamo già una mentalità sostenibile. Tuttavia, la sostenibilità non è statica: ci poniamo obiettivi di miglioramento ogni anno. Non è un vessillo pubblicitario, ma una consapevolezza innata. Deve essere un atteggiamento che ogni operatore, dal centralinista al direttore commerciale, ha come naturale. Per noi, non si tratta di fare comunicazione sulla certificazione, ma di comunicare la nostra anima, il prodotto e l’accoglienza, in quanto la sostenibilità è un atto di coscienza quotidiano e non qualcosa di forzato”.
Source link




